Fascicolo sanitario elettronico, punto e capo. Il 30 giugno 2015, parliamo quindi di più di dieci anni fa, era la data ultima (secondo quanto disposto dal decreto legge 179 del 2012) entro cui le Regioni e le province autonome italiane avrebbero dovuto istituire e attivare il Fascicolo sanitario elettronico (Fse).

Ebbene oggi, 31 marzo 2026, è l’ennesima ultima data perché scade il cronoprogramma stilato dal ministero della Salute. Una scadenza entro la quale avrebbe dovuto essere conclusa l’implementazione del Fse per i documenti da rendere accessibili digitalmente ai cittadini; compreso – sul fronte tecnologico – il rispetto degli stringenti criteri di tutela della privacy e di aggiornamento tempestivo dei dati (al massimo entro 5 giorni) a seguito di esami, visite ed erogazioni di farmaci. Sempre a partire da oggi tutte le piattaforme avrebbero dovuto essere interoperabili per garantire l’accesso ai dati da parte di professionisti e strutture sanitarie, nonché dei cittadini.

La Puglia fanalino di coda sui servizi

Nonostante l’accelerazione impressa dal Pnrr, ci sono ancora ostacoli sul cammino. Il Fascicolo sanitario elettronico rimane ancora incompleto e poco utilizzato per il mancato consenso all’utilizzo dei dati, in particolare nel Mezzogiorno, denuncia l’associazione Gimbe mettendo nero su bianco lo stato di avanzamento dei lavori. Nessuna regione (alla data del 30 settembre scorso e stando ai dati del portale Fascicolo sanitario elettronico 2.0) rende disponibili tutte le 20 tipologie di documenti previste dal decreto ministeriale del 7 settembre 2023, dai referti ai verbali del pronto soccorso, dalle lettere di dimissione alle prescrizioni specialistiche e farmaceutiche, dalle cartelle cliniche, all’erogazione di prestazioni di assistenza specialistica, per citare i principali. L’Emilia-Romagna, la regione più virtuosa, ne ha attivati 17 e la Puglia chiude la classifica con 11.

Al palo il consenso dei cittadini

E c’è un dato ancor più allarmante: solo il 44% dei cittadini ha dato il consenso alla consultazione del Fascicolo da parte di medici e operatori del servizio sanitario nazionale e le disparità regionali sono enormi considerato che regioni come Abruzzo e Campania sono praticamente all’anno zero con appena il 2% dei consensi. La spaccatura si fa profonda fra Nord e Sud: la Puglia è l’unica regione del Mezzogiorno a superare la media nazionale con il 75%. «Se nemmeno la metà dei cittadini consente l’accesso al proprio Fse non siamo di fronte a un problema tecnico, ma a un fallimento culturale e organizzativo», sottolinea il presidente della Fondazione Gimbe Nino Cartabellotta che manda al governo un messaggio chiaro: «Servono interventi immediati: nel Mezzogiorno pesano analfabetismo digitale, scarsa fiducia sulla sicurezza dei dati e una limitata percezione dell’utilità del Fse». E ancora: «Senza una interoperabilità reale, il Fse resta un’infrastruttura incapace di generare benefici concreti».

Troppe incombenze per i medici

A segnalare criticità anche il sindacato Snami (medici di medicina generale) che punta il dito contro il cosiddetto “Patient Summary”, il profilo sintetico del paziente. «La compilazione manuale è inefficiente e inaccettabile. Il sistema deve essere automatizzato, utilizzando i dati già presenti nel Ssn. Al medico deve spettare la verifica e la validazione finale, anche alla luce delle rilevanti implicazioni medico-legali», evidenzia la tesoriera nazionale del sindacato, Simona Autunnali. «Non si può continuare ad aggiungere nuovi adempimenti ai medici di famiglia – dice – senza considerare il carico di lavoro già oggi eccessivo». Per non parlare delle disparità a livello territoriale. «Ogni regione sta procedendo in ordine sparso, con modalità diverse e con una formazione spesso inadeguata, che troppo frequentemente non coinvolge realmente i medici di medicina generale», aggiunge Matteo Picerna, vice segretario nazionale Snami.


 

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