Una protesta per ottenere l’assistenza del medico condotto e dell’ostetrica, perché quel diritto non fosse riservato solo a pochi escludendo coloro che pur da poveri possedevano una casa, sebbene di gesso.
Lo stato rispose sparando: due giovani morti per i colpi di moschetto e vari feriti, tra bambini e donne. Molte erano infatti le gelsominaie, lavoratrici impegnate nella coltivazione e raccolta del gelsomino, a Benestare, alle pendici dell’Aspromonte che protestando dinanzi al Municipio nel 1906 diedero vita alla prima rivolta contadina della Calabria (R. Rocca, Calabria Letteraria Editrice).
Questo episodio ci riporta alla mente la drammatica situazione della sanità non solo nel Mezzogiorno, ma nel paese intero.

Bilanci in rosso

Quindici regioni hanno i bilanci in passivo e conti in rosso significa riduzione delle prestazioni erogate, disagi, violazione delle garanzie costituzionali per come previste all’art. 32 della Costituzione, arbitrii, soprusi e rischio per la salute, considerando che sono quasi due milioni le ospedalizzazioni perse negli ultimi due anni. Con un peggioramento dovuto alla pandemia, ma che si acuisce per la sistematica azione di de-finanziamento. La nota di aggiornamento del documento di economia e finanza indica chiaramente che la spesa sanitaria si riduce, dal 6,7 per cento al 6,6 per cento del Pil, con una proiezione al 6 per cento.
Mentre nei paesi Ocse la media supera il 7 per cento considerata soglia critica per assicurare buone e diffuse prestazioni. Situazione cui si aggiunge la carenza di personale, la cui stima secondo il Crea si attesta attorno a 30mila medici e 250mila infermieri, nonché quote cospicue di personale pubblico in fuga verso il privato per salari migliori e minore tutele.
Eroi per decreto durante il lockdown e reietti per colpa un minuto dopo lo scampato pericolo, in mezzo la difficoltà a reperire risorse per adeguamenti salariali, formazione e corsi di aggiornamento. Una débâcle all’orizzonte.

Da attuare, non uccidere

Una pericolosa deriva che vede il sottofinanziamento del servizio sanitario pubblico e universalistico con conseguente crescente privatizzazione di fatto (si pensi alla legge 194 non pienamente applicata per assenza di medici non obiettori). Oltre che esclusione dei più deboli dal sistema di cura, di contrazione dei diritti (non garantiti) e di aumento delle disuguaglianze. Il 23 dicembre del 1978 nacque il Servizio sanitario nazionale per contenere il divario tra ricchi e poveri, tra benestanti e derelitti, tra colti e analfabeti, tra l’alto e il basso.
Il Ssn varato dal governo Andreotti (IV) con il sostegno esterno del Pci nella temperie del post rapimento e omicidio di Aldo Moro. Un sistema che conteneva le mutue privatistiche che producevano ricatti, abusi, ingiustizie e anche malaffare nonché rallentamento della crescita sociale e civica del paese.
Una gestione della sanità che era iniqua e dispendiosa per lo stato, con tanti dottor Terzilli che profittavano del dolore e della sofferenza per lucrare senza scrupoli. L’Italia entrava in un sistema pubblico e universalistico negli anni ammirato, invidiato, ma anche vessato e degradato in intere aree con infiltrazioni mafiose, corruzione, clientelismo politico e voto di scambio.
Riforme sono intervenute e altre sarebbero necessarie, ma senza perdere di vista l’orizzonte di una rete pubblica e per tutti di cura, assistenza e prevenzione. Ossia evitare il rischio di tornare alle mutue, alle assicurazioni, al privato dominante – come in Veneto e Lombardia – a una progressiva debilitazione della riabilitazione, di meno prevenzione, debole diffusione di abitudini di vita virtuose.   

La partigiana Tina Anselmi

ANSA/OLDPIX

L’adozione della “sanità pubblica” avvenne grazie al lavoro di Tina Anselmi, indimenticata prima donna ministra, staffetta partigiana e presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta che svelò il lezzo e le nefandezze della loggia massonica P2.
Quel sistema sanitario prevedeva una ripartizione tra tre livelli amministrativi e territoriali: lo stato, le regioni e i comuni, affiancati dalle (famigerate perché spesso lottizzate dai partiti) Usl, oggi definite paradigmaticamente Aziende locali a sottolineare l’impronta manageriale ed efficientista rispetto alla salute del cittadino.
Dal male della pandemia Covid è emerso il buono dato dal rilancio della centralità della sanità pubblica e universalista. Nel Pnrr è previsto per la salute lo stanziamento dell’8,2 per cento dell’intero investimento finanziario, ossia quindici miliardi, di cui la metà destinata proprio all’assistenza sanitaria territoriale, alla tele-medicina, alla cura domiciliare.
Un primo tentativo di cambio di paradigma in cui al centro c’è il paziente, con la sanità di prossimità, specialmente per far fronte alle disuguaglianze territoriali non solo tra nord e sud, tra regioni, ma anche all’interno delle stesse province tra aree urbane/interne ed aree metropolitane, con la costruzione di (almeno) 1.350 Case della comunità.
Una rete di prima assistenza e cura con la presenza anche psicologi e assistenti sociali: una piccola rivoluzione.

Privatizzazione di fatto

Tuttavia, il progetto di riforma costituzionale della cosiddetta Autonomia differenziata unita alle gestioni regionali e i tagli (o con la neolingua definiti definanziamento) prospettano una privatizzazione neanche tanto occulta.
L’intuizione di Tina Anselmi e l’istituzione del servizio sanitario pubblico nazionale, frutto delle lotte operaie e studentesche degli anni Sessanta e Settanta rischiano di svanire e con esse il diritto a cure adeguate a indigenti e meno abbienti, ma anche alla classe media.

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