Nel procedimento penale, oltre a Foodinho, è indagato l’ad Pierre Miquel Oscar per caporalato. Il pm Storari: «Violazione della Costituzione». Agli atti le testimonianze dei lavoratori
L’impiego di «manodopera» avveniva «approfittando e sfruttando lo stato di bisogno dei lavoratori». E le paghe? Bassissime: fino al «76,95 per cento» in meno «rispetto alla soglia di povertà». Tradotto: le retribuzioni non garantivano quell’«esistenza libera e dignitosa» di cui parla la Costituzione all’articolo 36.
È per questi motivi che il pm della procura di Milano, Paolo Storari, ha disposto in via d'urgenza il controllo giudiziario per caporalato per Foodinho, la società di delivery del colosso spagnolo Glovo.
Dalle cinquantaquattro pagine di provvedimento, emerge un quadro allarmante: oltre 40mila rider, impiegati in tutta Italia, sono stati sfruttati e malpagati. Agli atti le loro testimonianze. Una su tutte quella di Solomon Saturday che agli investigatori ha dichiarato di «lavorare per Glovo con partita Iva nelle zone di Milano Stazione Centrale e Garibaldi». E ancora di «lavorare tutti i giorni dalle 12 alle 22, svolgendo tra le dieci e le venti consegne al giorno. Il compenso è di circa 2,5 euro a consegna e il guadagno mensile varia tra 700 e 1.200 euro». Il rider infine ha dichiarato di «avere una famiglia a carico, che il reddito è insufficiente e di trovarsi in stato di bisogno. L’attività risulta necessaria per il sostentamento familiare, con forte dipendenza economica dalla piattaforma».
Ora, sul controllo giudiziario, dovrà pronunciarsi il gip. Intanto, nel procedimento penale, delegato ai carabinieri del Nucleo Ispettorato del Lavoro, è indagato lo spagnolo Pierre Miquel Oscar, amministratore di Foodinho (indagata anche la società), per caporalato. In qualità di amministratore unico, scrive il pm Storari, «impiegava manodopera in condizioni di sfruttamento e approfittando dello stato di bisogno dei lavoratori».
In particolare, si legge nel decreto, «corrispondeva ai rider in stato di bisogno e operanti sul territorio milanese e nazionale (rispettivamente pari a circa 2.000 e 40.000 lavoratori), una retribuzione in alcuni casi inferiore fino al 76,95% rispetto alla soglia di povertà e inferiore fino al 81,62% rispetto alla contrattazione collettiva».
Sulla base di tutti questi elementi, risulta «la sussistenza – si legge ancora – di una etero-organizzazione algoritmica della prestazione lavorativa compatibile con l’applicazione della disciplina del lavoro subordinato». L’inchiesta dunque va avanti.
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