Al test di abilitazione 230 promossi su 12mila iscritti, i dati diffusi su pressione degli esclusi che annunciano ricorso: «Così si favorisce l’abusivismo». Il comitato Guide future: «Test troppo nozionistici che ignorano le capacità reali». L’imbarazzo della ministra Santanchè, che difende un esame «serio e rigoroso»
Doveva servire a sconfiggerlo l’abusivismo e a immettere sul mercato nuove guide con standard elevati e uniformi. Ma a passare il primo turno del “concorsone” nazionale sono stati in 230 su 12mila candidati. Meno del 2 per cento. Sono i risultati della prova scritta per guide turistiche che si è tenuta il 18 novembre, primo passo per la formazione del nuovo elenco nazionale voluto dalla ministra Daniela Santanchè. Un passaggio molto atteso dopo un decennio di vuoto normativo, ma che non ha avuto l’esito sperato.
Record di bocciati
La prova preselettiva si è tenuta in otto sedi sparse per il paese, con 12mila candidati arrivati da ogni regione. Già in partenza c’era stata una bella scrematura rispetto agli iscritti iniziali, che erano oltre 29mila: un terzo, evidentemente, ha preferito non presentarsi. Poi c’è stata la prova – 80 quesiti a risposta multipla in 90 minuti, con una soglia di idoneità fissata a 25 punti – che nelle intenzioni del ministero ricalcava modelli già adottati a livello regionale.
Peccato che le domande vertessero su un ventaglio amplissimo di materie: dalla storia dell’arte all’archeologia, passando per legislazione dei beni culturali e varie nozioni scientifiche. Il rischio, segnalato già alla vigilia dagli operatori del settore, era che un test così fatto premiasse più le conoscenze nozionistiche che l’esperienza sul campo. E così in effetti è stato.
A Napoli ha superato la prova lo 0,8 per cento dei candidati (19 gli idonei) e a Cagliari solo lo 0,6 per cento (due in tutto). Un po’ meglio è andata a Roma, dove ce l’ha fatta il 2 per cento delle aspiranti guide. Lo certificano i dati diffusi da Formez, che ha gestito per il ministero le fasi organizzative del concorso, dopo le reiterate richieste di alcuni candidati esclusi, che ora sono pronti a ricorrere alle vie legali e a presentare ricorso.
Un test (troppo) esigente
Per il ministero, a essere sbagliato non era l’impianto del bando. Sentito dal Corriere, il dicastero ha rivendicato la scelta di un esame «rigoroso», respingendo le critiche sull’eccessiva selettività. Una valutazione seria, sostengono dal Mitur, andrà fatta al termine dell’intera procedura. Di parere opposto è il comitato Guide future, che ha lanciato una petizione su Change.org per denunciare le criticità dell’esame: «Contrariamente a quanto dice Santanchè, i dati mostrano un fallimento dell’impianto del test e non dei candidati», ha detto la presidente Francesca Pannuti.
«Moltissimi non si sono neanche presentati. Tra le cause ci potrebbero essere gli oltre otto mesi di attesa dell’esame e l’abnorme ampliamento del programma deciso a luglio: il test richiedeva nozioni su più di 500 musei, centri storici, parchi archeologici, cattedrali e palazzi distribuiti in venti regioni, senza bibliografia né criteri di approfondimento. Sono stati bocciati anche laureati magistrali in discipline storico-artistiche», ha aggiunto Pannuti.
In parlamento, a sollevare il caso è invece stato il senatore del Movimento 5 stelle Marco Croatti, che ha chiesto al governo di chiarire modalità e contenuti dell’esame: «La bassa percentuale di promossi ha portato la ministra a giustificarsi parlando di una prova che avrebbe colto impreparati molti candidati. Insomma, colpa loro. È una motivazione semplicistica. Vogliamo chiarezza su come vengono congegnati i test e sugli interventi in cantiere per raddrizzare il tiro su una situazione irricevibile», ha detto Croatti.
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