Davanti al tribunale del lavoro, per difendere la libertà di stampa. Durante la mattinata del 9 giugno, dalle 9, a Roma, si è svolto il presidio organizzato Amnesty International Italia, insieme ad Articolo21, Fnsi, Stampa romana, Rete #NOBAVAGLIO e Usigrai, a cui hanno partecipato anche i giornalisti di Domani, per portare attenzione sullo stato della libertà di espressione e del pluralismo dell’informazione in Italia.

La mobilitazione si è svolta in occasione della prima udienza del processo per la causa che il giornalista Gabriele Nunziati ha deciso di portare avanti contro Agenzia Nova, dopo essere stato licenziato per aver posto una domanda, «tecnicamente sbagliata», secondo l’agenzia.

Nunziati lo scorso ottobre, durante una conferenza stampa a Bruxelles, aveva chiesto alla portavoce della Commissione Europea, Paula Pinho, se pensasse che anche Israele (proprio come la Russia con l’Ucraina) dovesse pagare per la ricostruzione di Gaza. La portavoce Ue non aveva risposto. Qualche settimana dopo, Nunziati aveva ricevuto una lettera da Agenzia Nova per interrompere la collaborazione.

«In gioco in questo processo c’è la libertà di stampa in Italia, la possibilità di fare domande, anche scomode. C’è in gioco il fatto che per fare domande, essenza del mestiere giornalistico, non si può essere licenziati. La domanda che ha fatto Gabriele Nunziati è una domanda legittima, chiamava in causa i doppi standard dell’Ue», ha detto il portavoce di Amnesty International Italia Riccardo Noury dalla piazza di fronte al tribunale del lavoro di Roma, convinto che faccia parte della professione giornalistica anche fare domande, non solo prendere appunti.

«Ho ritenuto (che fare causa ndr) fosse la cosa giusta da fare sia in difesa di quelli che sono i valori fondamentali della professione, sia per i tanti giovani giornalisti precari che cercano di fare al meglio questo lavoro tramite mille difficoltà e ostacoli. Ci tengo a dire che il mio non è un caso isolato, ce ne sono tanti altri che non ricevono la stessa attenzione», aveva, infatti, detto anche Gabriele Nunziati. Nel video postato sui social per lanciare la mobilitazione il giornalista spiega anche di aver potuto portare avanti la causa grazie al fatto che il sindacato Stampa Romana ha deciso di farsi carico delle spese legali: «In un sistema capitalistico anche la giustizia diventa una questione di classe»

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