Era difficile pronosticare che il 2025 sarebbe stato un anno peggiore del 2024 dal punto di vista dell’assalto al multilateralismo, al diritto internazionale e ai diritti umani. Invece è andata così, a leggere le 600 pagine del rapporto di Amnesty International sulla situazione dei diritti umani nel mondo, pubblicato in Italia da Roma Tre Press.

L’organizzazione aveva già denunciato la progressiva disintegrazione della tenuta dei diritti umani in ogni parte del mondo, mettendo in guardia sulle conseguenze dei doppi standard e del rispetto selettivo del diritto internazionale.

Ma ciò che rende diverso questo momento è che non stiamo più assistendo all’erosione di parti del sistema, bensì a un assalto diretto da parte degli attori più potenti alle fondamenta dei diritti umani e all’ordine internazionale basato sulle regole.

La frase del ministro Tajani sul diritto internazionale che «vale fino a un certo punto» pare persino vecchia. Oggi le norme e le istituzioni preposte al loro rispetto vengono svuotate nella loro essenza. All’inizio del 2026 gli Usa hanno violato la Carta delle Nazioni unite attaccando il Venezuela; meno di due mesi dopo l’hanno rifatto, insieme a Israele, attaccando l’Iran, che a sua volta ha reagito colpendo Israele e gli stati del Golfo. Contemporaneamente Israele ha aumentato i suoi rovinosi attacchi contro il Libano.

Un 2025 nero

Torniamo al 2025. Israele ha portato avanti il suo genocidio contro la popolazione palestinese della Striscia di Gaza e il suo sistema di apartheid nella Cisgiordania occupata, prossima all’annessione. Gli Usa hanno commesso oltre 150 esecuzioni extragiudiziali bombardando imbarcazioni nell’Oceano Pacifico e nel Mar dei Caraibi. In Ucraina, la Russia ha intensificato gli attacchi aerei contro centri abitati e infrastrutture civili lasciando per mesi al freddo e sempre al buio decine di milioni di persone.

Le forze armate di Myanmar hanno usato paracadute a motore per sganciare esplosivi contro i villaggi uccidendo centinaia di civili. Gli Emirati Arabi Uniti hanno alimentato il conflitto in Sudan fornendo armi ai paramilitari, che a ottobre hanno preso il controllo della città di El Fasher commettendo uccisioni di massa e violenze sessuali contro la popolazione civile. In Afghanistan, i talebani hanno inasprito le loro politiche contro la popolazione femminile emanando ulteriori decreti contro l’istruzione, il lavoro e la libertà di movimento.

Gli Usa e la Russia hanno ulteriormente indebolito i meccanismi per l’accertamento delle responsabilità, in particolare la Corte penale internazionale. L’amministrazione Trump ha emanato sanzioni contro il personale e i collaboratori della Corte, la Russia ha emesso mandati di cattura contro suoi funzionari. Alcuni stati si sono ritirati o hanno annunciato l’intenzione di farlo, altri come l’Italia sono venuti meno all’obbligo di collaborazione.

L’Unione europea e i suoi stati membri, con poche eccezioni, si sono mostrati arrendevoli. Non hanno intrapreso azioni concrete per fermare il genocidio israeliano o per porre fine all’irresponsabile trasferimento di armi e di tecnologia che alimentano crimini di diritto internazionale nel mondo. Il loro silenzio è stato una vera e propria bancarotta morale.

Quale alternativa offrono i bulli predatori al sistema multilaterale di regole e di protezione dei diritti umani istituito 80 anni fa? Propongono un ordine globale che ignora e ridicolizza la giustizia razziale, climatica e di genere, tratta la società civile come una nemica e rifiuta la solidarietà internazionale: un ordine mondiale costruito sul bavaglio al dissenso, sull’uso della legge come arma e sulla deumanizzazione degli “altri”.

Ma, affatto scoraggiate dalle avversità, milioni di persone nel mondo stanno resistendo all’ingiustizia e alle pratiche autoritarie.

Nel 2025 la cosiddetta Gen Z si è mobilitata in modo travolgente in Kenya, Madagascar, Marocco, Nepal e Perù. Negli Usa le persone hanno continuato a organizzarsi, da Los Angeles a Minneapolis, contro i raid delle agenzie federali Usa. Manifestazioni di massa contro il genocidio israeliano si sono svolte in ogni parte del mondo.

Insomma, il 2025 ci ha restituito anche una potente immagine di resistenza e solidarietà, da cui occorre ripartire per dare vita a coalizioni che reimmaginino, ricostruiscano e riportino al centro un ordine globale basato sui diritti, sul rispetto delle regole e sui valori universali.

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