L’urlo, il sorriso, la storia con la S maiuscola. Sinner in modalità spietato, uomo in missione nella campagna americana sul cemento. Spaventoso è l’aggettivo che meglio descrive il ruolino di marcia di Jannik. Sta dimostrando di essere ad un livello superiore su tutti ad iniziare dal nemico amatissimo Juan Carlos Alcaraz. Lo spagnolo è reduce da due battute d’arresto, contro Medvedev nella semifinale di Indian Wells e contro Korda al terzo turno di Miami.

Carlos sembra accusare il nervosismo di essere l’uomo da battere, si sente un bersaglio appiccicato alla schiena, con spirito sincero ma altrettanto infantile si è sfogato: «Contro di me gli avversari hanno molto più da vincere che da perdere, non hanno la pressione di dover difendere la posizione di numero uno al mondo». Avessi detto, sai che novità, la storia dello sport è infarcita di lepri in testa che fuggono e cacciatori che tentano di raggiungerle. Nelle parole di Alcaraz non si leggeva vittimismo, non ne è il tipo grazie alla sua dote naturale di solarità.

Si percepiva più un senso di fastidio addirittura di noia, quest’ultima rappresenta il pericolo più grave, ed è ciò che ha fatto scattare l’allarme in Spagna tra i tifosi del quasi ventitreenne (li compirà il 5 maggio) fuoriclasse precoce che ha già in bacheca sette titoli Slam e che lo scorso 1° febbraio a Melbourne, alzando la coppa degli Australian Open davanti a Novak Djokovic, diventava il più giovane di sempre nel circuito maschile a completare il Carrer Grande Slam, trionfando in tutti e quattro i tornei del Grande Slam.

Non è che forse si è stancato del tennis? Perché non riesce a trovare l’equilibrio tra la fame agonistica e quell’esigenza di evadere che ha intaccato il rapporto con il coach mentore Juan Carlos Ferrero fino alla rottura definitiva? È dovuto intervenire il mito Rafa Nadal a calmare gli animi: «Carlos ha il diritto a sentirsi frustrato e stanco, sicuramente non gli piaceva vedersi in quello stato a Miami, ma è comprensibile. Dovremmo preoccuparci? Assolutamente no. Anzi, dobbiamo solo ringraziarlo per tutto ciò che sta facendo e per le emozioni che ci sta regalando».

Alcaraz ha deciso di allontanare le nubi dentro la sua mente dedicandosi alle fughe in mare tra Ibiza e Maiorca e sfogandosi nella passione per gli yatch di lusso, ha appena commissionato la costruzione di un catamarano di 88 piedi dotato di ogni possibile confort per il valore di dieci milioni di euro.

Un conto chiuso

Dall’altra parte dell’Oceano invece Jannik sfodera un urlo liberatorio che raramente si concede, lui sempre troppo educato e attento al fair play e al rispetto verso gli sconfitti. In quell’urlo per aver battuto in semifinale uno Zverev in grandissimo spolvero c’è il senso di tutto, la fatica di una sfida tiratissima e quindi strepitosa agli occhi degli appassionati, il feeling con il cemento dell’Hard Rock Stadium che lo vede raggiungere la finale per la quarta volta in cinque partecipazioni.

Pensare che all’inizio sembrava ci fossero i bravi di un Don Rodrigo in versione nativo americano ad impedire l’amore tra Jannik e il torneo della città della Florida. Per riuscire a conquistarlo aveva dovuto prima ferirsi rimediando due batoste, sconfitto due volte in finale rispettivamente da Hurkacz e da Medvedev per poi finalmente trionfare nel 2024 contro il bulgaro Grigor Dimitrov diventando il nuovo numero due del mondo, lanciatissimo verso la vetta del ranking ATP.

Ma in quell’urlo di Sinner, prima di salire e rete e stringere le mani a Zverev, il demone che si congratula con la sua vittima preferita, c’era anche un profondo senso di liberazione. Aveva bisogno di colmare il buco nero di un anno fa quando a Montecarlo si tormentava tra le pareti di casa, costretto a restare ai box per la squalifica di tre mesi dovuta al caso Clostebol. Era stato un dolore atroce per Jannik non poter giocare nel 2025 a Miami, un torneo importante per lui perché è l’ultimo prima di passare alla terra rossa.

Ecco il valore della frase che si concede, ancor prima di sfidare domenica sera Jiri Lehecka e di poter realizzare un’impresa. «A prescindere da come andrà in finale, io sono già felice». Il sorriso di chi ha chiuso un conto con un fantasma del passato.

Lehecka, chi era costui

«Questo chi è?», la reazione stupita al microfono di John McEnroe nel 2023 quando in telecronaca si trovò a commentare il ceco che si era spinto fino ai quarti di finale degli Australian Open. No, Lehecka non è un Carneade, a 24 anni è numero 22 della classifica mondiale, da lunedì farà un balzo nel ranking almeno sino almeno al14° posto, 12° in caso di vittoria). A Miami fin qui ha suonato una musica pesante, come quella dei Metallica che adora, con un servizio inespugnabile.

Arriva a sfidare Sinner senza aver mai subìto un break. Solo Djokovic (Shanghai 2018) prima di lui era riuscito a raggiungere la finale di un Masters 1000 senza mai perdere un solo gioco nel proprio turno di battuta. Al suo dritto aggressivo abbina un rovescio potente con una grande capacità di adattamento, a suo agio nel dettare un ritmo veloce negli scambi. Difficilmente si presenterà in campo emozionato, nonostante sia la sua prima finale 1000, perché con Sinner ha in comune un temperamento impenetrabile. La calma di entrambi prima della tempesta.

È la quarta volta che si sfidano, nei tre precedenti Lehecka è stato travolto dall’uragano rosso, l’ultima volta spazzato via al terzo turno del Roland Garros 2025 (6-0,6-1,6-2) in un’ora e 34 minuti, la seconda vittoria più veloce in uno Slam di Sinner. Con grande ironia il ceco aveva postato una foto con il sorriso sui social: «Pensate che abbia vinto? No no. Questa è la sensazione di felicità quando si vince un game contro Sinner al Roland Garros». I due rivali si conoscono assai bene, si stimano. Proprio il ceco è stato il primo giocatore con cui il fuoriclasse di Sesto Pusteria si è allenato al rientro dopo la squalifica. Era il 5 maggio 2025, l’ovazione del pubblico del Centrale del Foro Italico ad accompagnare la sessione di scambi durata un’ora.

Inseguendo il Sunshine Double

I progressi di Jannik in queste ultime settimane sul cemento americano sono sotto gli occhi di tutti, a partire dal servizio affinato e micidiale (15 ace in semifinale contro Alexander Zverev) a cui unisce la sua Z di Zorro nell’alzare il livello accelerando e aggredendo in modo soffocante gli avversari togliendo loro spazio e tempo. Numeri da far stropicciare gli occhi, undici vittorie Atp consecutive dall’ultima sconfitta rimediata a metà febbraio da Mensik a Doha (quarti di finale Qatar Open). Sedici successi consecutivi nei Masters 1000. 1500 punti a distanziare al momento Alcaraz nel duello infinito per la corona di numero uno al mondo, con la possibilità di scavalcare lo spagnolo in caso di successo a Miami e successivamente sulla terra rossa di Montecarlo.

C’è un primato che rende la finale contro Lehecka ancor più intrigante: la possibilità di scrivere ancora una volta un pezzo di Storia e realizzare il Sunshine Double, cioè vincere nello stesso anno i due Masters 1000 consecutivi di Indian Wells e Miami. Una doppietta difficile che pochissimi hanno centrato. Dovesse farcela, Jannik sarebbe l’ottavo tennista dopo Courier, Chang, Sampras, Rios, Agassi, Federer e Djokovic.

L’ultimo è stato nel 2017 sua maestà Roger Federer che superò Wawrinka nella Cohacella Valley e poi travolse Nadal in Florida quando ancora si giocava nell’impianto di Crandon Park a Key Biscayne, rimpiazzato nel 2019 dall’Hard Rock Stadium. Torna il nome di Djokovic per un altro primato alla portata dell’azzurro, perché solo Nole e Ivan Lendl sono riusciti a trionfare a Miami senza perdere un set.

Epperò, ancora nessuno è mai riuscito a centrare il Sunshine Double senza cedere set. Sarà Sinner il primo della storia?

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