L’immagine di Aja, la mamma che urla verso il mare dopo aver perso suo il suo bambino di poco più di sei mesi tra le onde, ha messo davanti agli occhi di tutti ancora una volta quello che sta accadendo in Mediterraneo. Adesso la mamma di Yusuf, vero nome di Joseph – così avevano chiamato in un primo momento il bambino i soccorritori - racconta per la prima volta in video la sua storia a Carlotta Sami, portavoce dell’Unhcr, l’Alto commissariato delle nazioni unite per i rifugiati.

Il gommone li stava portando via dalla Libia, ma è naufragato. Yusuf è finito in acqua. Quando la Ong Open Arms ha salvato dal mare lui e la sua mamma portandoli sulla sua nave, il bambino stava troppo male, nonostante le cure dei medici a bordo e della mamma. Open Arms ha chiesto subito che fosse sbarcato, ma l’elicottero della guardia costiera è arrivato ore dopo. Adesso la procura di Agrigento indaga per capire se i soccorsi sono arrivati in ritardo.

Aja è stata portata a Lempedusa, dove Sami le ha parlato. Pochi giorni fa ha compiuto 18 anni, quando ha perso suo figlio non era nemmeno maggiorenne. Ha un altro bambino, in Guinea, il paese da dove proviene, che ha lasciato a sua madre. «Ho partorito il bambino e ho detto a mia mamma: devo partire perché voi non avete denaro. Sono andata in Mali, ho lavorato un poco li, e poi ho continuato verso la Libia». Lì ha cercato di sopravvivere: «Ho lavorato un poco e poi sono rimasta incinta di Yusuf e ho deciso che dovevo partire per l’Italia perché in Libia non c’era da mangiare». Viveva a Tripoli ma «non è facile per noi neri. Anche i bambini piccoli ci tirano le pietre addosso».

Quindi la scelta di partire. Nel viaggio ha perso la vita il suo «bebè» come dice in francese: «Ci hanno detto che dovevamo tutti sederci, ma non sentivamo bene, ci hanno dato i giubbotti di salvataggio… Dio mi ha dato Yusuf e Dio me lo ha preso. Cosa devo dire? Il mio bambino è morto. Non ho niente».

Gli arrivi

La storia di Aja è una delle più drammatiche, ma come lei, donne, uomini, e bambini, che hanno abbandonato il loro paese negli ultimi giorni, sono tanti. Il centro di Lampedusa fino mercoledì, racconta Sami, accoglieva oltre 600 persone.

Si tratta di migranti che provengono dalla Libia: «La questione economica legata alla pandemia avrà sicuramente pesato». A parte questo «dobbiamo ricordare che c’è ancora una situazione di grande instabilità, con oltre 400 mila libici sfollati. Abbiamo registrato 45.200 rifugiati richiedenti asilo, noi non abbiamo autorità di fare altro, perché la Libia non ha firmato la convenzione di Ginevra che riconosce lo status, ma sappiamo che ci sono». Oltre alle questioni politiche e di sicurezza, alla base delle partenze potrebbero esserci motivi quasi casuali: «Potrebbe trattarsi di una situazione climatica favorevole, o dell’organizzazione dei trafficanti in loco».

Insieme ai viaggi sono aumentati in maniera costante anche i naufragi. Dal primo di novembre «ci sono stati almeno 106 morti».

L’hotspot

Attualmente a Lampedusa, racconta Sami, «le condizioni del centro sono complicate, è sovraffollato». La procura di Agrigento avrebbe fatto sapere che il 23 verrà aperto un altro padiglione. Quanto basta per far agitare il partito di Salvini, il leader dei porti chiusi. Due parlamentari della Lega sono arrivati apposta da Roma per verificare lo stato dell’hotspot di Lampedusa. Si tratta dei Eugenio Zoffili, della commissione Esteri, e della senatrice Stefania Pucciarelli, commissione Difesa, chiamati dal rappresentante locale della Lega, Attilio Lucia.

«Una visita a sorpresa» hanno detto alla stampa locale. Hanno raccontato che che i migranti erano «in condizioni igienico sanitarie vergognose, assembrati e alcuni senza mascherina». I parlamentari leghisti hanno minacciato: «Porteremo queste immagini in Parlamento e agiremo in tutte le sedi possibili per denunciare questa vergogna».

Nonostante la storia di Aja, costretta ad abbandonare la Libia mettendo a rischio la sua vita e quella del suo bambino, la soluzione per loro è sempre la stessa. «Il premier Conte anziché sottoporre continuamente i cittadini italiani ai suoi show televisivi dovrebbe fare semplicemente due cose: venire di persona nell’hotspot di Lampedusa e chiudere subito i porti».

L’ipotesi che i migranti non partano oppure vengano riportati indietro però, spiega la portavoce dell’Unhcr è la più sbagliata. Sono oltre 11 mila le persone che al 17 novembre sono state riportate in Libia, dove subiscono abusi e sfruttamenti: «Noi – ha detto Sami  – abbiamo detto più volte che non possono assolutamente essere riportati in Libia, una volta tornati nel paese vengono rimessi in detenzione».

Quarantena

Per il momento le persone sbarcate nelle ultime settimane hanno continuato a essere trasferite nelle navi quarantena, ovvero le navi adibite all’accoglienza dei migranti per assicurarsi che, qualora siano state contagiate dal coronavirus, non causino un’ulteriore diffusione della malattia. Le testimonianze raccolte nelle settimane scorse parlano di migranti abbandonati di fatto a loro stessi, dove vengono tenute insieme persone appena sbarcate sulle coste italiane e migranti in Italia da più tempo, portati via dal loro centro di accoglienza in caso di sospetto di malattia.

Di fronte a queste persone tenute per più giorni anche con la stessa mascherina e le stesse lenzuola, la ministra Luciana Lamorgese più di un mese fa aveva detto che questa procedura non sarebbe più stata portata avanti. Ma da allora continua.

Delle oltre 600 persone a Lampedusa «mercoledì hanno portato su una nave circa 250 persone, uomini adulti - racconta Sami -. Donne e bambini non sono stati trasferiti». Stessa sorte è toccata ai 255 migranti salvati dalla Open Arms arrivati a Trapani.

Aja per ora è rimasta nell’isola. Nell’ultima parte dell’intervista racconta: «Cosa devo dire? Il mio bambino è morto. Non ho niente. Ora voglio imparare l’Italiano, prendere i documenti, lavorare, mia mamma e mio papà non hanno soldi… Ho già perso Yusuf, cosa deve succedere ancora? Solo Dio lo sa».

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