Cosa succede quando lo Stato decide di investire centinaia di milioni di euro non sull’ossatura della scuola pubblica o sui salari del personale, ma su una copertura assicurativa privata? È il caso dell’assistenza sanitaria integrativa riservata al personale scolastico, un accordo che ha spaccato il mondo della scuola e aperto un fronte caldo nelle relazioni sindacali.

Tutto nasce da una scelta di indirizzo politico e ministeriale, che si è concretizzata attraverso una procedura di gara gestita da Consip, la centrale acquisti della Pubblica amministrazione: un appalto da circa 320 milioni, finanziato da stanziamenti statali ed economie di bilancio, è stato aggiudicato a una coassicurazione formata da UniSalute del gruppo Unipol, Intesa Sanpaolo Protezione e Poste Assicura. L’obiettivo dichiarato: offrire una polizza sanitaria integrativa a una platea di oltre un milione di dipendenti pubblici della scuola. Ed è proprio qui il motivo del contendere.

La battaglia sindacale

Da un lato, il ministero dell’Istruzione e del Merito (Mim) e i sindacati firmatari del Contratto collettivo nazionale integrativo difendono l’operazione come un’innovazione utile a rafforzare il welfare dei lavoratori, colmando i vuoti del sistema. «La polizza, destinata a una platea di oltre 1,2 milioni di lavoratori, rappresenta un nuovo strumento di welfare per il personale della scuola», ha dichiarato il Mim. Dall’altro lato, una galassia di sindacati di base e sigle confederali dissidenti – in primis la Flc Cgil, che si è fermamente rifiutata di sottoscrivere l’accordo, sostendo che «sulla polizza sanitaria il ministero fa il gioco delle tre carte» – denunciano la vera natura dell’operazione: un cavallo di Troia che legittima la privatizzazione della salute e sposta risorse collettive verso i colossi delle assicurazioni private, lasciando peraltro scoperti i precari storici con contratti brevi. Per Usb Scuola, così «si distrugge la sanità pubblica, i privati ci guadagnano e i lavoratori ne ricavano ben poco.»

Il dibattito si sposta così sul terreno cruciale delle risorse e della loro genesi, tra la smentita formale di tagli diretti al FIS (Fondo dell’Istituzione Scolastica) e la denuncia politica di un’emorragia di fondi che avrebbero dovuto rimpinguare i magri stipendi della scuola statale. «Il personale della scuola – sostiene Antonio Caso, capogruppo M5S in Commissione Cultura alla Camera e cofirmatario di un’interrogazione al governo – non ha bisogno di polizze private: ha diritto a stipendi adeguati». «La destra pensa che sia necessario sviluppare la “seconda gamba” della sanità con assicurazioni e fondi integrativi, mentre noi pensiamo che si debba investire molto di più sulla sanità pubblica per ridurre le disuguaglianze», secondo Marina Sereni, responsabile Salute e sanità nella Segreteria nazionale del Pd. Sulla stessa linea anche Avs: «L’assicurazione sanitaria, pubblica e universale, c’è già, si chiama Sistema sanitario nazionale; che va difeso e fatto funzionare», secondo Giuseppe Buondonno, responsabile Scuola di Avs.

Risorse dirottate

Da un punto di vista politico e sindacale, le risorse destinate dal ministero all’assistenza sanitaria integrativa sottraggono alla scuola fondi che avrebbero dovuto alimentare la contrattazione collettiva e il welfare del personale. «Dal punto di vista giuridico e delle relazioni sindacali, esiste un Contratto collettivo nazionale di lavoro (Ccnl) che impegna le parti – spiega Antonio Di Stasi, professore ordinario di Diritto del Lavoro all’Università Politecnica delle Marche – a definire la ripartizione di queste risorse attraverso la contrattazione. Aver dirottato ingenti risorse statali su un fondo sanitario privato – sebbene avallato dalla sola maggioranza firmataria – incide pesantemente sulle aspettative legittime del personale e comprime le prerogative negoziali delle singole Rappresentanze sindacali unitarie (Rsu) e dei sindacati dissenzienti, che fanno affidamento su una diversa e coerente destinazione di quelle economie di bilancio all’interno del perimetro contrattuale della scuola».

I termini per aderire all’assistenza sanitaria integrativa sono scaduti ieri. Sul piano politico-sindacale, i dissidenti continueranno la battaglia attraverso i canali di informazione, le assemblee sindacali nei plessi e la pressione politica, chiedendo che quei capitoli di spesa vengano reindirizzati sul prossimo rinnovo contrattuale e sui tabellari anziché sui fondi assicurativi.

© Riproduzione riservata