Vicini, complici, perfino i gesti sono gli stessi. Mahmood e Blanco, nomi all’anagrafe Alessandro Mahmoud e Riccardo Fabbriconi, hanno appena finito le prove all’Ariston di Sanremo e sono seduti sul divano del loro albergo, l’Hotel De Paris.

Ci possiamo vedere solo da uno schermo, con Zoom, perché il protocollo per Covid qui non scherza: il primo che risulta positivo non si esibisce sul palco. Ma qui si ride, la complicità tra i due è evidente e la tensione del primo giorno è scomparsa.

Si sono conosciuti quest’estate, secondo i beninformati è stato Mahmood a cercare Blanco, invece qui, quasi contemporaneamente, dicono «entrambi lo volevamo», come fosse un matrimonio. E un po’ lo sembra. L’idea di creare un pezzo insieme è nata subito, come gli accordi. E il titolo, Brividi. Che rende chiara l’idea. Due voci maschili che si intrecciano, due corpi che sul palco si muovono in sintonia, come due correnti di aria calda e fredda che incontrandosi diventano un unico flusso.

In questo incontro c’è poesia ma anche tanto cazzeggio.

Mahmood guarda Blanco: «Che faccia che c’ha».

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Da dove partiamo?

Il messaggio che deve arrivare è di libertà infinita. Sia nella nostra canzone, che in quella scelta per il duetto, Il cielo in una stanza. Ti apre proprio.

Blanco ride.

Mahmood: Smettila.

Blanco: Scusa, oggi mi sento un po’ scemo. Ora torno serio ve lo giuro. Mi ha fatto ridere che ha detto che ti apre. Scusatemi.

A diciotto anni si perdona tutto. Poi si fa serio.

Io mi sono innamorato suboito de Il cielo in una stanza. Appena ho sentito “Quando sei…” (fa una pausa e chiude gli occhi). Per me quella cosa lì è valsa la canzone e la scelta. Per Ale ha un significato diverso.

Mahmood: Come dice Richi il collegamento col cielo, in Brividi, è molto presente. E la canzone capostipite del genere italiano in cui il cielo è più presente è Il cielo in una stanza. Volevamo tenere un fil rouge tra cover e pezzo in gara. Volevamo la libertà assoluta di non ghettizzare nulla, nessuna emozione, nessun sentimento. E la scelta è stata naturale.

Nel testo c’è un passaggio che dice “ti vorrei amare ma sbaglio sempre”. Avete dieci anni di differenza, quelle parole hanno lo stesso valore per entrambi?

Mahmood: Le difficoltà le proviamo tutti. Io ho 29 anni e Richi 18, ma il disagio nei rapporti non passa mai. È sempre presente. È anche un po’ il bello di sentirsi sbagliati, di cercare di dare il meglio che abbiamo dentro ma poi, alla fine, non sentirsi mai abbastanza. È anche il focus di Brividi, la nostra canzone, che unisce due esperienze totalmente diverse. Quella di Richi e la mia (Si guardano, Richi non ride più, ndr).

È un brano molto diverso da Soldi, con cui hai vinto il Festival di Sanremo tre anni fa.

Mahmood: Infatti portare questa canzone a Sanremo è una novità. Svela parti di me che non avevo raccontato in Soldi. È un’esperienza nuova, più bella perché condivisa.

“A volte non so esprimermi”. Nel testo si parla di quanto sia difficile farsi comprendere dall’altro. È sempre così?

Blanco: Il problema è di tutti, su certi temi è difficile esprimersi. Magari sai cosa provi dentro, ma parlando con la persona che ti piace non riesci a dirgliela quella cosa. Noi riusciamo a esprimerla solo tramite la canzone. Banalmente, quando hai davanti la persona che ami non ce la fai. Poi vai a casa e dici: “Cazzo avrei voluto digli quella cosa”.

Vale lo stesso per te Alessandro?

«Idem proprio» (abbassa gli occhi, ndr).

Tu Alessandro canti “Il sesso non è una via di fuga dal fondo”. Che cosa intendi?

Mahmood: Io dico “La tua paura cos’è, un mare dove non tocchi mai. Anche se il sesso non è la via di fuga dal fondo”. A me è successo di vivere momenti tristi e cercavo nel sesso una via di fuga, scopare per dimenticare. Invece credo non sia la via più giusta, ti lascia più triste di prima. Oggi cerco di analizzare i problemi, di capire che cosa mi fa stare male. Anche se ogni tanto ci ricasco.

Problemi di che tipo?

Anche sentimentali, come in questa canzone. A volte si prova a risolverli da soli. Però col tempo è più complicato perché si impara a crearsi delle barriere, per sopravvivere alla vita.

Tu invece, Riccardo, nella canzone dici “Vivo dentro a una prigione”. La quarantena lo è stata per te?

Io senza la quarantena non sarei qui, non sarei cresciuto. Se non mi fossi mai fermato, se avessi vissuto la normalità di prima non credo che ci sarei riuscito. Chiudendomi tra me e me, veramente, sono riuscito a pensare cose e poi a farle davvero. Davvero, non sarei qui. Magari sarebbe successo dopo.

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In che senso?

Prima di esplodere, i miei primi contributi sui social ero io che mi facevo i video col telefono allo specchio, in mutande, e cantavo. Capisci? Allo specchio, alle 4 di notte, sembravo un pazzo. Col vicino su di sopra che mi bussava sul pavimento. Io poi pubblicavo le frasi che sarebbero diventati testi sui post di Instagram, così a caso. Alle 4 di notte. E ci sono ancora sul mio profilo.

E tu Alessandro hai sofferto?

All’inizio no, poi tantissimo. Oggi sogno un concerto vero, al cento per cento. Seguendo le norme dei green pass è giusto tornare a fare il nostro lavoro. Ne sento la necessità.

Pensate di cantare insieme in futuro?

No (Lo dicono insieme e ridono, ndr).

Mahmood: Io dopo Sanremo non lo voglio più vedere.

Blanco: Vale anche per me (si guardano, ndr).

Ditemi un pregio e un difetto dell’altro.

Blanco: È lo stesso difetto di entrambi, siamo due ritardatari cronici. E abbiamo lo stesso pregio, arriviamo entrambi nello stesso momento, quindi puntuali ma su un altro fuso orario.

Mahmood: Il pregio è che siamo sintonizzati. Arriviamo in ritardo e poi andiamo subito al bar a bere un caffè.

Blanco: Chi lavora con noi ci ha capiti, e tutti ormai ci danno l’appuntamento un’ora prima.

Riccardo com’è stato per te suonare con l’orchestra?

Bellissimo. Chi fa musica conosce e capisce il valore dell’orchestra. Già alle prime prove era emozionante sbagliare e riprovare. Nel viaggio per tornare a casa ho pensato a quanto fosse bello. Come quando arriva sulla tavola il pollo fritto, che già ti piace e poi insieme ti portano anche le patate come contorno. Un piatto pieno che ti fa felice solo a vederlo.

Ti piace il pollo fritto?

Anche, ma in assoluto sono amante degli spaghetti al pomodoro. Della pasta in generale a pranzo e cena.

Non diciamo niente, ma se doveste vincere arrivereste all’Eurovision dove non si può cantare con l’autotune, che voi invece usate. L’avete valutato questo?

Mahmood: Noi in studio di registrazione ci siamo preparati a tutte le evenienze: pioggia, fulmini, grandine. E siamo belli carichi. Non ci fa paura niente.

Qual è la canzone dell’altro che preferite?

Mahmood intona tra sé e sé. E poi: amo Mezz’ora di sole e Notti in bianco. Le mie preferite.

Blanco: Rapide e Soldi.

Quando hai sentito Soldi per la prima volta avevi 15 anni. Che ti ha fatto pensare?

Ero in discoteca e mettevano il remix. La mettevano sempre e la prima volta ho pensato “spacca tantissimo”.

Ditemi una cosa di cui avete paura?

Mahmood: Io sono terrorizzato dai serpenti. Posso rispondere una cosa in generale, vero?

Blanco: A me fa paura che non ci facciano fare il tour.

Quando siete al lavoro chi diventa insofferente per primo?

Blanco: Lui! È il più vecchio (ride, ndr).

Mahmood: Per me possiamo chiudere qui.

La differenza d’età la sentite?

Mahmood: In realtà sembriamo coetanei. Richi ha la stessa età dei miei cugini piccoli e con loro sento una distanza. Ma con lui no perché una volta che superi un certo gradino di confidenza e ti allinei su vari temi, non senti più la differenza d’età. Ho scoperto che abbiamo molti gusti simili, tanto in comune, andiamo d’accordo su quasi tutto, dalla scelta delle foto ai video. E a un certo punto non ti viene neppure di pensare all’età.

Per te Riccardo questo è stato un anno incredibile, hai scritto singoli di successo come Notti in bianco, Paraocchi e Mi fai impazzire con Sfera Ebbasta e poi a settembre scorso il tuo primo album Blu Celeste, che ha avuto tanti pezzi, a lungo, primi in classifica. Scegliere il Festival di Sanremo come tuo debutto è stato coraggioso.

È stato un anno ricco, pieno di cose da fare, compatibilmente con la situazione in cui ci troviamo. A me piace che ci sia pepe e adrenalina e così con Alessandro è venuto naturale provarci. E poi pensare che lì sopra ci sono saliti artisti incredibili da Modugno in avanti, è un grande onore per me.

Qual è il primo messaggio che ti è arrivato quando Amadeus ha annunciato la tua presenza in gara?

Io ero allo stadio a vedere Roma-Inter e a un certo punto mi hanno presentato Francesco Totti. Ho giocato tanti anni a calcio, mi piaceva molto e tifo per la Roma e Totti da sempre. Intanto, mentre ero lì con lui cercando di battere tutte le emozioni, il mio telefono squillava, continuavano a chiamarmi tutti gli amici e io non rispondevo a nessuno. Chiamavano perfino la persona che era con me. Ma io ero lì col mio idolo assoluto, quando mi sarebbe più successo? È andata esattamente così.

A proposito di idoli, pare che farai una collaborazione anche con Adriano Celentano. Perché proprio lui?

A me piace la musica dei suoi anni. Per me è l’artista più grande.

Addirittura?

Se ascolto tutto un disco di Celentano, è come se un’emozione che sento io, lui l’ha detta. Provare un’emozione, scrivere una canzone e poi trasmetterla a un altro è difficilissimo.

Sembra una cazzata ma un’emozione che provo io non è la stessa che provi tu. Eppure con lui è così. Forse perché siamo entrambi di provincia, abbiamo uno stesso vissuto anche se in periodi diversi.

Qualcuno vi ha dato dei buoni consigli prima di salire sul palco?

Blanco: Per me i consigli non esistono, ogni persona è diversa. E le situazioni sono diverse.

Chi vi piace tra i cantanti in gara?

Blanco: Gianni Morandi, è supersimpatico.

Mahmood: Io tifo Massimo Ranieri.

Dopo questa intervista, ipotizzando che vogliate fare un aperitivo, che cosa chiedereste?

Mamhood: Io un gin tonic.

Blanco: Io del vino rosso (che ricorre anche nella canzone, ndr).

Mamhood: Buono anche il vino rosso.

Blanco deve crescere ancora un po’, le gradazioni troppo alte fanno male.

Ma che dici? Il gin tonic ormai lo bevono solo i quindicenni.

Mamhood: Raga ricordatevi che l’età è solo un numero.

 

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