È il 23 maggio del 2020, una domenica mattina. Sette cittadini stranieri di nazionalità turca, di etnia curda, tra cui una donna, arrivano al porto di Bari nascosti all’interno di un camion. Quando la polizia di frontiera li scopre, li riporta immediatamente indietro verso Igoumenitsa, il porto greco da cui erano partiti. «Hanno riferito di essere stati costretti con la forza a salire sul traghetto che li avrebbe portati in Grecia e di aver subìto abusi e violenze da parte della polizia italiana nel corso della procedura di riammissione». A denunciarlo è il Network porti adriatici, una rete di associazioni di cui fanno parte l’Ambasciata dei diritti delle Marche, l’Asgi, l’Associazione studi giuridici immigrazione, Lungo la rotta balcanica e S. O. S diritti di Venezia, organizzazioni che dal 2017 garantiscono tutela legale ai cittadini stranieri che arrivano in Italia attraverso i porti dell’Adriatico, dalla Grecia o da altri paesi dell’area dei Balcani, quali l’Albania, la Croazia e il Montenegro.

Le cifre dell’esclusione

I respingimenti dei richiedenti asilo ai valichi di frontiera italiani non sono, tuttavia, episodi isolati, ma sono il frutto di una precisa strategia politica. Come si legge nell’ultimo rapporto di Migrantes, la fondazione della Conferenza episcopale italiana: «Le persone respinte ai valichi di frontiera italiani nel 2019 sono state 9.943, 8.138 alle frontiere aeree e 1.805 alle marittime». Cifre, queste, che si sommano agli altri 6mila richiedenti asilo respinti da gennaio al luglio del 2020. Come si legge in un altro report di Rivolti ai Balcani, una rete di 32 organizzazioni di cui fa parte anche Amnesty International: «secondo i dati forniti dal Dipartimento della pubblica sicurezza del ministero dell’Interno dal primo gennaio al 15 aprile 2020, complessivamente, risultano essere state respinte 1.432 persone presso i valichi di frontiera aerea e 421 presso i valichi di frontiera marittima». Rispetto ai porti adriatici di Ancona, Bari, Brindisi, Trieste e Venezia, nello stesso periodo considerato, i funzionari del Viminale hanno riferito alle organizzazioni che si sono verificati «400 respingimenti ai valichi di frontiera marittima». Ed è proprio il porto di Bari, a conti fatti, la frontiera adriatica con il più elevato numero di stranieri respinti.

Bari frontiera d’Europa

Oltre i numeri, ci sono le storie delle persone che raccontano di un modus operandi da parte della polizia di frontiera che continua ancora oggi. Tornando a quello che è successo il 23 maggio scorso, al porto di Bari: i migranti «sono stati privati in modo arbitrario della libertà personale e trattenuti all’interno di un vano tecnico, privo di finestre e di servizi igienici, talmente piccolo da doversi alternare per restare seduti in terra», hanno riferito dal Network porti adriatici: «Nei momenti che hanno preceduto la chiusura del suddetto vano, uno di loro è stato colto da una crisi epilettica ed è stato portato fuori dal traghetto solo dopo insistenze e proteste da parte dei suoi compagni di viaggio che gli hanno prestato un primo soccorso, prevenendone il soffocamento. Successivamente soccorso da un’ambulanza, è stato trasferito in ospedale dove è stato ricoverato».

Non solo. Secondo quanto hanno raccontato i giuristi dell’Asgi che seguono il caso: «I sei richiedenti asilo sono stati trattenuti per tutta la durata del viaggio di ritorno, di circa 12 ore, in condizioni inumane e degradanti, al freddo, senza ricevere né cibo né acqua». E poi ancora, i giuristi hanno riferito che le sei persone respinte dal porto di Bari «dopo essere arrivati nel porto di Igoumenitsa in Grecia, sono stati ulteriormente trattenuti per 24 ore in un luogo fatiscente e dallo spazio ristretto, nonché privo di qualunque misura che garantisse un adeguato distanziamento, insieme ad altri cittadini stranieri, senza che potessero comunicare ai familiari e alle associazioni dove si trovassero e senza che l’Unhcr, cui la situazione era stata segnalata, ricevesse informazioni dalle autorità italiane».

Le istituzioni italiane le chiamano riammissioni, ammettendo anche che, a volte, avvengono per i richiedenti asilo; nella pratica, però, sono respingimenti. Proprio come quelle della polizia di frontiera al confine tra il Friuli Venezia Giulia e la Slovenia, attuate in maniera completamente informale, senza la consegna di un provvedimento scritto.

A Bari succede ormai da qualche anno, nel silenzio generale, a centinaia di afgani, bengalesi, curdi, turchi, anche minori, che arrivano in Italia nascosti nei camion e vengono rispediti in Grecia, senza poter chiedere asilo politico. Avviene in quasi tutti i porti adriatici italiani, sulla base di un accordo di riammissione bilaterale firmato nel 1999 tra Italia e Grecia che, nella realtà dei fatti, produce espulsioni collettive di cittadini stranieri richiedenti asilo, nella più completa informalità, senza consentire l’accesso a un ricorso effettivo, anche con trattamenti inumani e degradanti. Prassi illegittime per cui l’Italia e la Grecia sono state già condannate il 21 Ottobre del 2014, nel cosiddetto caso Sharifi, dalla Cedu, la Corte europea per i diritti dell’uomo, nel ricorso partito dall’espulsione avvenuta al porto di Ancona di 32 cittadini afgani, 2 sudanesi e 1 eritreo.

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Il gioco dell’oca

Prima ancora dei respingimenti del 23 maggio, il 30 marzo scorso un ragazzo di 25 anni di nazionalità afgana è stato riportato in Grecia e scaricato a Patrasso, dopo essere stato respinto a Bari. L’uomo ha raccontato la sua odissea agli operatori della Ong No Name Kitchen. Così: «Mi sono nascosto nella parte superiore di un camion nel porto di Patrasso il 29 marzo; il camion era a bordo di un traghetto Superfast che è arrivato il giorno successivo a Bari, in Italia, intorno alle 9 del mattino. Lì sono stato svegliato da tre uomini e una donna e portato in un commissariato, dove mi hanno preso le impronte digitali. Alle 16 dello stesso giorno, il 30 marzo, la polizia mi ha riaccompagnato al porto, dove un agente della sicurezza mi ha sequestrato il cellulare». E ancora: «Mi hanno fatto alloggiare in una cella che aveva il pavimento bagnato. Lì dentro non riuscivo a dormire a causa del freddo, nonostante non lo facessi da 36 ore. Non mi sono stati offerti né acqua né cibo». Quando poi il traghetto è arrivato nel porto di Patrasso intorno alle 13 del 31 Marzo, la polizia greca lo ha trattenuto ancora un altro po’ di tempo in una cella del commissariato del porto, prima di restituirgli il cellulare e rilasciarlo.

È il gioco dell’oca dei migranti tra Italia e Grecia, un pezzo della catena dei respingimenti che avvengono lungo la rotta balcanica in cui è pienamente coinvolta anche l’Italia. Accade lungo la frontiera adriatica: anche nel porto di Venezia, dove i migranti rintracciati, poi, impiegano 32 ore per ritornare scortati in Grecia. Quattro giorni di viaggio, andata e ritorno, per tornare indietro alla casella di partenza, a Patrasso, uno dei tanti buchi neri dove finisce l’idea di Europa.

Al porto di Bari il gioco dell’oca termina e poi ancora ricomincia. È il luogo in cui un minore di 17 anni di origine afgana ha raccontato alla stessa Ong Name Kitchen: «Sono stato circondato da 6 o 7 poliziotti italiani che discutevano tra di loro su cosa avrebbero dovuto fare con me. Uno di loro ha detto che potevano portarmi in un campo profughi in campagna. Ma poi un altro ha detto no, riportalo in Grecia».

Era il 20 novembre del 2020. «Mi sono trovato di nuovo su una nave Superfast. Chiuso in una piccola stanza, simile a quella in cui ero stato rinchiuso soltanto dieci giorni prima. Perché era la seconda volta che venivo respinto in pochi giorni e in quel modo». Un altro testimone ha rivelato ciò che gli è accaduto nel respingimento tra Italia e Grecia avvenuto tra il 7 e il 9 novembre del 2020. «In Italia hanno picchiato il mio amico. In Grecia, invece, siamo stati picchiati entrambi. La polizia greca mi ha colpito con un pugno, chiedendomi perché fossi andato in Italia, minacciandomi di riportarmi indietro in Turchia. Dopo questo interrogatorio subìto nel quartiere generale della polizia di Patrasso, il mio amico è stato rilasciato. Io ho trascorso la notte in cella, ma alle ore 10 del 9 novembre mi hanno detto che potevo andare e mi hanno dato indietro i vestiti che mi avevano sequestrato».

Stessa sorte e stesso giorno, il 7 novembre del 2020, identico porto (di Bari) e destino (respingimento) quello condiviso da un altro giovane proveniente dall’Afghanistan, che ha riferito alla Ong No Name Kitchen: «Quando sono entrati nel camion al porto di Bari, i poliziotti italiani mi hanno svegliato gettandomi l’acqua in faccia. Poi mi hanno tolto le scarpe per vedere se nascondessi qualcosa all’interno. E mi hanno detto: vuoi andare in Germania o a Parigi? Ti aiuteremo, nessun problema, siediti. Invece mi hanno ammanettato e riportato sulla barca, chiudendomi in una stanza. Ho dormito sul pavimento e dopo circa una decina di ore di viaggio ho trovato alcuni agenti greci, molto violenti, con le mani e anche con le parole, che mi hanno dato il benvenuto a Patrasso, il porto da cui ero partito».

Il caso delle riammissioni collettive dei richiedenti asilo disposte lo scorso 23 maggio dal porto di Bari è approdato alla Camera, dove il deputato di Sinistra Italiana, Nicola Fratoianni, ha chiesto spiegazioni sul comportamento della polizia alla ministra dell’Interno, Luciana Lamorgese. Fratoianni ha posto l’accento, in particolare, sul fatto che le riammissioni avvengono informalmente, senza un provvedimento scritto e senza alcuna possibilità che la persona possa presentare un ricorso giurisdizionale.

Lamorgese ha negato che ci siano stati abusi e violenze da parte della polizia al porto di Bari. Ha riferito che «le persone in questione sono state soccorse e rifocillate e che nessuno di loro ha espresso la volontà di chiedere asilo in Italia, bensì hanno dichiarato di voler andare in Germania o in Svizzera». La ministra dell’Interno ha difeso gli accordi di riammissione «voluti dalla Commissione Europea per contrastare i movimenti secondari».

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