I risultati dell’autopsia, rivelati da Reuters, smentirebbero la versione delle autorità elleniche che parlavano di un alt non rispettato dall’imbarcazione con a bordo le persone migranti. Anche i sopravvissuti contestano il racconto della Guardia costiera greca
Sarebbero morte non per affogamento, ma per via delle lesioni riportate. È quanto emerge dall’esito delle autopsie eseguite sui corpi delle 15 persone migranti che hanno perso la vita lo scorso 3 febbraio a largo dell’isola Chio, nell’Egeo orientale.
A renderlo noto è Reuters, che ha avuto accesso ai referti. Questo risultato apre delle crepe nella versione rilasciata delle autorità greche, le quali avevano dichiarato che le persone erano «cadute in mare» e morte per annegamento.
L’incidente, infatti, era stato raccontato nei giorni scorsi come una collisione tra l’imbarcazione con a bordo 39 persone, quasi tutte di cittadinanza afghana, e una motovedetta della Guardia costiera ellenica, che avrebbe ordinato un “alt” con segnali acustici e luminosi al mezzo che però non si sarebbe fermato, schiantandosi contro la nave.
Questa versione era stata già contestata da alcune delle 24 persone sopravvissute all’impatto, ascoltate in ospedale da una delegazione del partito Nea aristerà e riportate dal giornale Efsyn: secondo le testimonianze, l’imbarcazione non avrebbe ricevuto alcun segnale di stop, ma sarebbe stata invece speronata dalla Guardia costiera.
Sull’incidente sono in corso le indagini della magistratura. Secondo Reuters i risultati dell’autopsia potrebbero indurre gli investigatori a concentrarsi sulla forza e sulla natura dell'impatto.
L’area in cui è avvenuto lo scontro, definito tra i più gravi negli ultimi anni in Grecia, è nota per i cosiddetti push backs, i respingimenti illegali di persone che tentano di arrivare in Europa, agiti in mare (ma anche via terra) e ampiamente documentati da anni dalle Ong. Nel gennaio del 2025 la Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) ha condannato il paese per i respingimenti sistematici.
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