Sulle strade del nostro paese, ogni giorno, si verifica una strage silenziosa: continuano a essere tante, troppe, le persone che muoiono a causa di incidenti stradali, che secondo l’Istat rimangono la prima causa dei decessi in Italia per i bambini e i giovani in età compresa tra i 5 e i 29 anni. Gli ultimi dati dell'Osservatorio ASAPS-Sapidata fanno una certa impressione: dal 1° gennaio al 13 ottobre sono stati uccisi almeno 327 pedoni, più di uno al giorno, e almeno 40 bambini, circa uno alla settimana. Quanto ai ciclisti, da inizio anno quelli morti sulle strade di questo paese sono 189.

Distrazione alla guida, sottostima del pericolo imminente, velocità. Sono tante le variabili che intervengono e pesano sul fenomeno. Eppure, soprattutto per quanto riguarda la velocità alla guida, in questi anni gli esponenti del governo italiano hanno più volte promosso una narrazione autocentrica della vita in strada.

Alle dicharazioni, dalla critica alle “città dei 30 km/h” agli attacchi ai ciclisti che occupano le carreggiate, sono però seguiti anche i fatti. Su tutti, un provvedimento che ha visto la luce proprio martedì 13 ottobre: il nuovo Codice della strada, con il Consiglio dei ministri che ha approvato un decreto legislativo (il 14 ottobre sarebbe scaduta la legge con cui le camere avevano delegato l’esecutivo nella stesura del testo). I cambiamenti più importanti prevedono una riduzione delle sanzioni (le multe per eccesso di velocità diventano proporzionali al posto dei vecchi scaglioni fissi, con 10 euro da pagare in più per ogni km/h in eccesso rispetto ai limiti, ma seguiranno criteri diversi: più aspre per strade extraurbane o autostrade, più leggere per le urbane), così da renderle deterrenti e non vessatorie. Al tempo stesso però, le pene per i reati più gravi vengono inasprite. 

«Penalizzati gli utenti vulnerabili»

La Rete italiana mobilità equa (Rime), che unisce oltre 40 organizzazioni che si occupano di mobilità sostenibile, sicurezza stradale, vittime sulla strada, trasporto e spazio pubblico in Italia, ha partecipato alla consultazione che il ministero dei Trasporti ha portato avanti con le associazioni di categoria. Ma il risultato finale è lontanissimo da quello che Rime avrebbe voluto. 

«Dopo trent'anni, il governo ha l'occasione di cambiare e rendere più sicura ed efficiente la mobilità degli italiani, come nel resto d’Europa. La proposta attuale sembra mettere la circolazione e la velocità dei veicoli davanti alla sicurezza, alla salute e alla mobilità delle persone, penalizzare gli utenti più vulnerabili, ridurre controlli e multe, limitare l’azione dei Comuni», si legge in un comunicato.

Il codice, sostiene Rime, se non cambierà nell’iter di conversione dei prossimi mesi rischia «di portarci fuori strada e di produrre più insicurezza, inquinamento e traffico a danno anche di chi guida».

Nell’attesa di leggere il testo definitivo, la Rete ha chiesto al ministero guidato da Matteo Salvini di chiarire quali proposte della società civile siano state accolte nella consultazione pubblica, e le motivazioni di quelle invece rigettate. «Le associazioni non hanno mai smesso di scendere in piazza nelle città, da ultimo dopo la morte di Nicolò, ucciso a 7 anni a Torino mentre pedalava per andare a scuola, e ora chiedono a governo, parlamento, regioni e Anci di lavorare a modifiche profonde, per una riforma che protegga le vite delle persone e per strade più sicure e giuste», conclude la Rete.

© Riproduzione riservata