La trasmissione di Raitre ha scoperto che nel 2019 un software “spia” sarebbe stato installato sui dispositivi di vari distretti giudiziari da parte dei tecnici del ministero della Giustizia all’insaputa dell’allora ministro Bonafede. Il caso, sollevato dalla procura di Torino, sarebbe stato messo a tacere dagli attuali dirigenti del dicastero di via Arenula. E l’ordine, secondo le testimonianze raccolte da Report, sarebbe partito da Chigi
Un software installato sui computer delle procure e dei tribunali italiani. Un software che sarebbe stato in grado di spiare magistrati e giudici senza lasciare alcuna traccia. È quanto scoperto da Report che nella puntata di domenica prossima dedicherà un servizio firmato da Carlo Tecce e Lorenzo Vendemiale alla vicenda.
In particolare, i pc coinvolti sarebbero circa 40mila: su di essi sarebbe stato installato un programma informatico chiamato ECM/SCCM (Endpoint Configuration Manager, System Center Configuration Manager). E cioè un prodotto della Microsoft che serve per gestire in modo centralizzato i dispositivi.
L’installazione sui computer degli uffici giudiziari italiani, da parte dei tecnici del dipartimento Tecnologia del ministero della Giustizia, risale al 2019. Sarebbe avvenuta all'insaputa dello stesso ministro della Giustizia di allora, Alfonso Bonafede. Il caso è stato sollevato dalla procura di Torino nel 2024 e inoltre sarebbe stato messo a tacere dagli attuali dirigenti del ministero guidato da Carlo Nordio su ordine di Palazzo Chigi, secondo un testimone – un dirigente ministeriale – che ha parlato con Report.
«I procuratori, i magistrati, i giudici tutti non sanno che mentre pensano di essere da soli nella loro stanza a fare le loro inchieste, le loro indagini, provvedimenti, c'è sempre puntato un occhio vigile sui loro computer. Cioè c'è sempre qualcuno che può videosorvegliare che cosa fanno in ogni momento della loro attività quotidiana, dal mattino in cui entrano in ufficio fino alla sera in cui spengono il computer», sono le parole di un altro testimone chiave della vicenda.
«Apprendiamo con sgomento da indiscrezioni di stampa che tutti i pc dei magistrati italiani sarebbero sottoposti a controlli da remoto che violano la segretezza delle indagini, la riservatezza delle inchieste e degli stessi atti processuali. Una questione di sicurezza nazionale e una evidente lesione dell'indipendenza e autonomia della magistratura. Un fatto gravissimo che se confermato smaschererebbe ancora una volta il governo e sarebbe la conferma che il Governo Meloni vuole controllare la magistratura. Tanto più grave se corrisponde al vero che il caso sollevato da una importante procura sarebbe stato messo a tacere nel 2024, secondo fonti ministeriali citate, dai dirigenti del ministero su richiesta della presidenza del Consiglio. Una violazione di fondamentali principi costituzionali e di sicurezza nazionale di cui il ministro Nordio e palazzo Chigi dovranno rispondere con immediatezza.
Questa volta come minimo ci aspettiamo che la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni venga in Aula a spiegare se quanto rivelato da Report corrisponde al vero e in caso affermativo che il Ministro Nordio si dimetta immediatamente», ha subito commentato Debora Serracchiani deputata e responsabile Giustizia del Pd.
«Accuse surreali in merito alle anticipazioni su Report; l'infrastruttura usata negli uffici giudiziari è lo stesso sistema di gestione e sicurezza dei pc già in funzione dal 2019, come certamente potranno confermare i ministri che mi hanno preceduto. Non consente sorveglianza dell'attività dei magistrati, non legge contenuti, non registra tasti o schermo, non attiva microfoni/webcam. Le funzioni di controllo remoto non sono attive né sono state mai attivate», afferma in una nota il guardasigilli Carlo Nordio. «Non c’è nessun grande fratello – continua – In ogni caso, il loro eventuale uso necessiterebbe di una richiesta dell'utente e di una sua conferma esplicita: non potrebbe dunque avvenire a sua insaputa. Ogni intervento sarebbe comunque tracciato nei sistemi. Desta sconcerto la notizia diffusa, senza i dovuti accertamenti, da Sigfrido Ranucci via Facebook che certamente ha un fine: suscitare allarme sociale per orientare maldestramente l'opinione pubblica. La sicurezza dei sistemi tutela, non condiziona, il lavoro dei magistrati».
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