Nonostante i proclami del governo, i dati sullo stato di salute della sanità pubblica certificano una situazione preoccupante, che nemmeno l’iniezione di risorse del Pnrr è riuscita a colmare. Il Servizio sanitario nazionale (Ssn) mostra fragilità imperiture e ormai strutturali, mentre la spesa privata cresce.

Pagare per curarsi

A certificare lo scarso stato di salute del Ssn sono due documenti ufficiali: l’ultimo rapporto della Ragioneria generale dello Stato sul monitoraggio della spesa sanitaria e le analisi della Corte dei conti. Entrambe restituiscono un quadro distante dalla narrazione del governo su un sistema in ripresa.

Nel 2024 la spesa sanitaria complessiva in Italia ha raggiunto 185 miliardi di euro. Di questi, circa il 74 per cento è stato sostenuto dalla pubblica amministrazione e dalle assicurazioni obbligatorie, il 22 per cento dalle famiglie (spesa out of pocket) e il 3 per cento dai regimi volontari. La spesa pubblica è stata di 139,4 miliardi di euro (+4,9 per cento rispetto al 2023), mentre la componente privata ha raggiunto 46,4 miliardi di euro (+7,7 per cento).

Le voci con i maggiori incrementi sono: personale (+5,6 per cento), farmaceutica diretta (+11,8 per cento), beni e servizi (+7,5 per cento), farmaceutica convenzionata (+3 per cento), assistenza medico-generica (+3,5 per cento) e acquisti da privato (+1,9 per cento).

A questa cornice bisogna aggiungere i dati Istat 2024, che raccontano che circa il 9,9 per cento della popolazione italiana — pari a 5,8 milioni di persone — ha rinunciato a visite, esami o cure mediche necessarie per motivi legati a liste d’attesa, difficoltà economiche o ostacoli nell’accesso ai servizi sanitari.

Sul piano finanziario, il sistema regionale appare sempre più sotto pressione. Nel 2024 sono state sedici le regioni che hanno chiuso i bilanci sanitari in disavanzo, il dato più elevato dell’ultimo decennio. La gran parte di esse ha dovuto utilizzare risorse proprie per coprire i buchi di bilancio, evidenziando tensioni crescenti nelle regioni più in difficoltà. Nel Mezzogiorno e nelle Isole, infatti, i livelli di spesa pro capite restano più bassi e la mobilità sanitaria verso le regioni più attrezzate continua a crescere, aggravando le disuguaglianze.

Servizio svuotato

Secondo la Corte dei conti, il finanziamento pubblico rimane stabile in rapporto al Pil, attestandosi tra il 6,3 e il 6,4 per cento, ma sotto la media dei principali Paesi europei (6,9 per cento). In un contesto segnato dall’invecchiamento della popolazione e dall’aumento dei costi sanitari, questa sorta di stabilità in realtà riduce la capacità reale del servizio pubblico di rispondere ai bisogni. Neppure le risorse straordinarie del Pnrr stanno producendo, per ora, un’inversione di tendenza.

La Corte dei conti evidenzia ritardi negli investimenti della missione Salute, soprattutto su assistenza territoriale, case e ospedali di comunità e telemedicina, tutti strumenti chiave per ridurre le disuguaglianze sociali e territoriali, che al momento rimangono un obiettivo solo parzialmente raggiunto.

La sezione Autonomie della Corte dei conti, ha infine richiamato la necessità di rafforzare la governance, accelerare gli investimenti, stabilizzare il personale e ridurre i divari regionali. Senza la capacità di trasformare i finanziamenti in servizi di qualità e accessibili ovunque, la sanità pubblica rischia di diventare un sistema residuale: da garante universale della salute a contenitore svuotato di soldi (dati ai privati) e diritti, dove chi non ha mezzi è costretto a rinunciare alle cure.

Gli enti e le reti per la salute pubblica lo hanno ripetuto più volte: servono scelte politiche coraggiose che mettano al centro del bilancio e della legislazione la difesa del Ssn e che fermino l’espansione dei privati a scapito dei diritti costituzionali. L’allarme suona da troppo tempo, senza svegliare le coscienze di chi governa: il Servizio sanitario nazionale, da conquista sociale universale, viene svuotato dei suoi principi fondanti, lasciando cittadine e cittadini sempre più soli e disorientati.

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