«Basta, basta». La presidente del tribunale di Santa Maria Capua Vetere, Gabriella Maria Casella, sbatte la porta e non spiega le ragioni del rifiuto. Domani e Spotlight, il programma di Rai News 24, non sono stati autorizzati a riprendere il processo allo stato, quello che si celebra per le violenze accadute nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, il 6 aprile 2020 e svelate da questo giornale.

«Si rigetta per difficoltà organizzative», aveva risposto alle nostre richieste la presidente. Quando arriviamo in aula scopriamo che una telecamera in realtà è stata autorizzata, quella del tg Rai regionale.

Il processo si celebra davanti alla prima sezione della corte d’Assise, presidente Claudia Picciotti che, nel novembre scorso, ha sostituito Roberto Donatiello. L’udienza è di quelle importanti. In aula è il turno dell’allora provveditore regionale Antonio Fullone che nel frattempo ha fatto carriera, è diventato capo della formazione di tutti gli agenti penitenziari, per volere di Andrea Delmastro Delle Vedove, padrone delle carceri italiane. Una nomina tanto inopportuna quanto chiara. Per il governo le violenze di Santa Maria Capua Vetere sono un capitolo da archiviare. La promozione del principale imputato è lì a testimoniarlo.

«Il governo Meloni non si è ancora reso conto di quale significato porta con sé una nomina come quella di Fullone a capo della formazione», dice la senatrice Ilaria Cucchi che sulla nomina, scoperta da Domani, ha presentato un’interrogazione. Nell’aula del tribunale emerge in modo nitido la gravità di questa scelta. Per dieci ore Fullone ha risposto alle domande del procuratore aggiunto Alessandro Milita.

Era il 6 aprile 2020 quando per quattro ore i detenuti del reparto Nilo del carcere Francesco Uccella furono massacrati di botte dagli agenti. Il direttore della scuola di formazione Fullone ha risposto alle domande dell’accusa confermando chiaramente due elementi già emersi in corso d’indagine. Fu lui a disporre la perquisizione, anche se rimodula in diversi modi la rivendicazione di quella scelta, «presi iniziativa per l’inerzia dell’istituto», poi parla di surroga, potere sostitutivo.

L’altro elemento chiaro è l’inadeguatezza nonostante il curriculum di Fullone che il governo sventola per motivare la scelta. La pubblica accusa elenca i messaggi nei quali l’allora provveditore parlava così: «Se non si sblocca la situazione l’unica scelta è quella di usare la forza», oppure «in corso operazione pulizia» in momenti precedenti e successivi a quel sei aprile.

Fullone risponde precisando che si tratta di infelici espressioni, ma di non aver avuto alcuna contezza di quanto sarebbe accaduto. Da provveditore aveva istituito il nucleo d’intervento, quello che materialmente entra nell’istituto il sei aprile avviando il massacro. Fullone era a conoscenza degli armamenti a disposizione degli agenti intervenuti dall’esterno, ma nulla ha saputo sull’uso di caschi e manganelli durante la perquisizione. Soprattutto nulla ha chiesto ai funzionari che erano intervenuti quel giorno a partire da Pasquale Colucci, che guidava il gruppo, anche lui a processo.

Il pm chiede ripetutamente: «Ma come è possibile, uscivano agenzie, notizie, denunce pubbliche di possibili violenze e lei non chiedeva niente a Colucci?». La risposta è laconica: «Drammaticamente sì».

Non ha mai chiesto nulla sugli armamenti fino al primo confronto con i pm nel luglio successivo ai fatti. Emerge il profilo di un dirigente di grande esperienza, aveva gestito proprio lui la denuncia e l’avvio delle verifiche per le violenze in un altro carcere quello di San Gimignano, che su Santa Maria e i fatti del sei aprile mostra il volto dell’inadeguatezza. Non solo per aver disposto la perquisizione, ma anche per la mancata conoscenza dei dettagli dell’accaduto, senza dimenticare la gestione della fase successiva al pestaggio quando vengono organizzate false prove per giustificare le violenze. Ma nel tardo pomeriggio l’unica telecamera ammessa non c’è più. Il processo allo stato è stato spento.

© Riproduzione riservata