Nella scuola italiana il passaggio al libro digitale è un processo in corso. Non c’è un decreto che lo imponga né tantomeno è il frutto di una scelta pedagogica condivisa, ma sempre più spesso un’imposizione indotta da una necessità contabile. Da anni collegi docenti e consigli di classe sono costretti a rispettare tetti di spesa per le adozioni, fissati però senza tenere minimamente conto dell’aumento reale dei prezzi editoriali e dell’inflazione generale. Il risultato è una tensione costante: rientrare nei limiti imposti senza impoverire l’offerta didattica.

Risparmio apparente

In questo contesto il digitale si presenta spesso come unica soluzione. Le versioni immateriali dei manuali costano meno e consentono di rispettare più facilmente i vincoli ministeriali. Il passaggio al digitale non assume le caratteristiche di un’imposizione diretta, ma di un’imposizione di fatto. Così, lentamente ma in modo sistematico, il baricentro si sposta dalla carta allo schermo.

Ma qui emerge un primo paradosso. Il libro digitale viene spesso presentato come più economico, ma il risparmio è in gran parte apparente. A differenza del cartaceo, il libro immateriale non è rivendibile, non circola nel mercato dell’usato e non può essere tramandato tra fratelli e sorelle.

Il manuale tradizionale comporta una spesa iniziale maggiore, ma mantiene un valore nel tempo; quello digitale riduce il costo immediato, ma tende ad azzerare ogni possibilità di recupero. Per non parlare di molti studenti che decidono in ogni caso di comprare il cartaceo, sforando di fatto il tetto ministeriale. Nel medio periodo, per molte famiglie, il costo del digitale può risultare persino più oneroso a fronte di vantaggi enormi per le case editrici: costo minore di produzione, azzeramento dei costi di distribuzione e vendita.

L’impatto didattico

C’è poi una questione didattica problematica e anche controversa. Non va certamente demonizzato l’uso delle tecnologie a scopo didattico, ma è innegabile come negli ultimi anni diverse ricerche abbiano mostrato quanto la lettura su carta favorisca, soprattutto nei testi complessi, una comprensione più profonda e una memorizzazione più stabile rispetto alla lettura su schermo.

Il supporto non è neutro: incide sui processi cognitivi, sull’orientamento nel testo, sulla qualità dell’attenzione. Il digitale offre indubbi vantaggi in termini di accesso, aggiornamento e integrazione multimediale, ma non sostituisce senza perdite le caratteristiche della lettura su carta. Un conto è promuovere una didattica integrata, che utilizzi strumenti diversi per attività e obiettivi differenti, un conto è ritrovarsi, senza neanche deciderlo, una scuola tutta digitale. Eliminare i manuali cartacei può significare, in alcuni casi, eliminare una delle poche occasioni che molti adolescenti hanno di familiarizzare con l’oggetto libro.

Una decisione strutturale così rilevante – il modo in cui si studia e si legge – non può essere determinata da un criterio contabile, senza una valutazione adeguata degli effetti nel tempo. Si dirà che il risparmio delle famiglie è però una priorità, e questo è indubbiamente vero, ma come abbiamo visto il passaggio al digitale non permette di raggiungere questo obiettivo, che andrebbe perseguito con altri strumenti. Si potrebbe, ad esempio, imporre dei prezzi massimi in cui le case editrici devono rientrare.

Fonti di distrazione

Ma c’è un ulteriore paradosso in questa vicenda. Il libro digitale implica quasi sempre l’uso di un dispositivo, tablet o computer, anche in aula. Ciò introduce in classe una variabile ulteriore, difficile da governare. Lo stesso strumento che consente di leggere il manuale permette, potenzialmente, anche l’accesso a contenuti estranei alla lezione. Il controllo diventa più complesso, il confine tra uso didattico e distrazione più sottile. Un confine che impone all’insegnante la scelta tra il trasformarsi in un sorvegliante pedante creando un costante clima di tensione in classe e accettare la contraddizione.

In questo quadro, la recente stretta sull’uso dei cellulari in classe appare particolarmente contraddittoria. Mentre si vieta il telefono in nome della disconnessione, si contribuisce a costruire una scuola in cui gli studenti hanno comunque davanti agli occhi, per ore, un dispositivo (spesso connesso), reso necessario proprio dall’adozione dei libri digitali. Sarà un altro lapsus?

O forse più semplicemente questa vicenda mostra come il problema dell’eccesso dell’utilizzo dei dispositivi (problema reale e serissimo) sia stato affrontato demonizzando gli studenti, a cui il cellulare viene tolto senza troppe spiegazioni, mentre si rimuovono, colpevolmente, le ragioni economiche e di profitto che creano le nuove dipendenze digitali, dagli interessi dei colossi della new economy fino a quelli delle case editrici nostrane.

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