“MeToo” è stato usato per la prima volta nel 2006 dall’attivista nera Tarana Burke, che ha aperto la via a un movimento di denuncia di quel sistema di privilegio e potere alla base della molestia e della violenza sessuale. Oltre dieci anni dopo, nel 2017, quel termine è diventato il simbolo di un movimento globale che ha svelato un sistema intollerabile, eppure accettato e silenziato da sempre.

Con l’inchiesta del New York Times di Jodi Kantor and Megan Twohey non solo sono emerse le accuse contro il produttore cinematografico statunitense Harvey Weinstein, oggi condannato a 23 e 16 anni di carcere, ma si è aperto uno spazio collettivo di parola, permettendo a molte donne di dire «anche io» e mostrando la reale estensione del sistema.

«In Italia il MeToo è stata una rivoluzione mancata», commenta la filosofa Giorgia Serughetti, «o almeno così l’avevamo letta allora». È stato raccontato soprattutto dalle voci maschili dei media, dove le testimonianze delle attrici sono state spesso sminuite e delegittimate. «In realtà» continua Serughetti «le tracce restano».

Ne è un esempio il lavoro di Amleta, associazione contro le discriminazioni delle donne nel mondo dello spettacolo, che in due anni ha raccolto 223 segnalazioni di molestie e abusi subiti dalle attrici: commenti sessuali, palpeggiamenti, ricatti per ottenere un lavoro.

«Noi lavoriamo con il corpo» spiega Cinzia Spanò, presidente di Amleta «e per la riuscita di un progetto abbiamo bisogno di costruire un rapporto di fiducia con i registi che ci guidano. Questo vuol dire abbassare le difese ed essere più esposte, ma significa anche che riconoscere l’abuso non sempre è immediato». Dalle testimonianze è emerso che il provino, cioè il colloquio di lavoro, «è il momento in cui si verificano più molestie», dice Spanò, «perché è quello in cui si concentra il potere. Io, regista, posso sceglierti o meno per un lavoro che magari può cambiare la tua vita». I contratti brevi del settore obbligano le attrici a continui provini, rendendole più ricattabili. E il rapporto gerarchico determina anche il silenzio generale sulla maggior parte degli episodi.

Il problema diventi tu

Il mondo dell’audiovisivo e dello spettacolo è composto da attrici e attori ma anche da una moltitudine di lavoratrici e lavoratori dietro la scena: assistenti alla regia, alla produzione, rider, coordinatrici, macchinisti. C’è chi lavora sul set e chi lavora negli uffici.

«Sul tema delle molestie le cose stanno un po’ cambiando», dice Spanò, «c’è una sensibilità diversa nella comunità teatrale e cinematografica, che sta iniziando ad adottare protocolli e linee guida».

Il contesto culturale però fatica a prenderne coscienza: «Io so che la molestia è un problema», racconta Sara, nome di fantasia, «ma tanti miei colleghi non pensano lo sia». L’invisibilizzazione e la svalutazione portano anche chi subisce questi atti a sminuirli, cercando le proprie modalità per evitarli. Per Sara, che lavora nella produzione cinematografica, in quell’ambiente non percepisci di poterne parlare come se fosse una questione seria: «Non mi verrebbe mai in mente di andare dai miei superiori e dire che la gente si gira a guardarmi il culo o fa battutine. So già che è marginale, ti sentiresti dire: “ma che fai? Ti metti pure a creare problemi?”». C’è di più, prosegue, «se ne parli il problema diventa tuo, diventi tu». E, in un mondo precario, discontinuo, fatto di relazioni, in cui vieni contattato dalle persone per lavorare, «non puoi permetterti di diventare un problema», conclude, significa non lavorare più. Per questo le testimonianze di questo articolo sono rese in forma anonima.

Non sono solo le donne a subire violenza, perché, racconta Luca, che lavora in produzione, le molestie sono sempre l’effetto di un tipo di potere. «Il cinema è un piccolo paesino dove si sa tutto di tutti, gestito da famiglie che sono quasi caste», spiega. In un ambiente così diventa difficile riconoscere cosa è inappropriato, prosegue Luca, che ha subito molestie sessuali da parte di una sua superiore. «È un sibilo quello della molestia» dice «all’inizio non capisci se sta succedendo davvero. È stata una donna e io sono un uomo, ma le modalità sono quelle patriarcali, l’esercizio di potere».

Disparità

È un mondo in cui si vive a stretto contatto per periodi di tempo limitati ma intensi. Chi ci lavora racconta anche di 14 ore di fila sul set, con una prossimità che rende difficile capire quali sono i confini.

Non solo, aggiunge Sara, «sai che potresti non lavorare più con quelle persone e questo, per chi ha dei comportamenti inappropriati, può essere un incentivo. Non è una collega che vedranno in ufficio ogni giorno. In più, quando si tratta di giovani donne a inizio carriera non è certo che continueranno a lavorare nel cinema».

Dal 2021 esiste un Osservatorio per la parità di genere del ministero della Cultura, un organismo consultivo che ha presentato il primo rapporto annuale nel 2022 sulla presenza delle donne nel settore, con un focus specifico sul mondo dell’audiovisivo. Il rapporto, in base ai dati raccolti dalle associazioni, evidenzia una «forte diseguaglianza di genere e la necessità di promuovere una raccolta sistemica di informazioni». Women in Film, Television & Media Italia ha rilevato che le registe dei film italiani dal 2008 al 2018 sono solo il 15 per cento, ma se si guarda ai soli lungometraggi ci si ferma al 9. Quindi, all’aumentare del budget, diminuisce la presenza femminile.

In questo settore, «le donne al potere» racconta Sara «sono poche e lo esercitano al maschile. L’unica differenza è che sono considerate delle stronze» dice, perché dalle donne non ci si aspetta un modo autoritario, non lo si riconosce come naturale.

Secondo il rapporto, le donne sono prevalenti nei settori culturalmente considerati femminili, come trucco e costumi, raggiungono la parità in altri come la scenografia, mentre sono in numero nettamente inferiore in tutti gli altri ambiti.

«La produzione è il comparto che gestisce i soldi» spiega Sara «e si ritiene sia un luogo maschile, mentre il coordinamento, interno alla produzione, è una specie di ministero senza portafoglio che si occupa di prenotare gli hotel e gestire i contratti, ed è percepito come femminile perché ha a che fare con le relazioni esterne».

Rompere il muro

Il MeToo ha portato a una consapevolezza maggiore, ha aiutato lo svelamento di comportamenti considerati normali e legittimi se messi in atto da persone gerarchicamente superiori e ha aiutato le vittime a riconoscere che quell’atto provocava loro disagio, che non era un problema loro. Il sistema però non ha seguito questa presa di coscienza e spesso si è tradotto in «semplici clausole contrattuali», dice Luca, che impegnano chi firma a comportarsi in modo appropriato, ma «nessuno le legge», precisa Sara.

Il movimento ha portato poi nel 2019 alla sottoscrizione di protocolli contro le molestie e le violenze, ma sono spesso rimasti lettera morta: «Le associazioni dei teatri non stanno producendo nulla», spiega Cinzia Spanò, e «perché Agis e Federvivo non hanno mai fatto un comunicato ufficiale di denuncia della violenza?». Agis, associazione che rappresenta gli imprenditori del settore, che tra i soci ha Federvivo, federazione per lo spettacolo dal vivo, ha risposto a Domani che quest’ultima si è impegnata «a rendere il più diffuso possibile il protocollo nei luoghi di lavoro», senza però indicare le modalità e specificando di non avere «alcun potere di verifica o ispettivo».

L’avvocata del lavoro di Differenza Donna Chiara Colasurdo, che si sta occupando delle segnalazioni di molestie e violenze raccolte da Amleta, durante un incontro sul tema organizzato da Anica, associazione nazionale industrie cinematografiche audiovisive e digitali, ha evidenziato la necessità di lavorare sui contratti collettivi del settore, che non vengono rinnovati da oltre vent’anni. Secondo Colasurdo, occorre poi provare a inserire un vincolo normativo sui corsi di formazione per tutto il personale. Per gli esperti è essenziale intervenire sulla contrattazione collettiva, perché ha un’efficacia estesa e obbliga tutte le aziende e gli associati alle organizzazioni sindacali, e continuare a lavorare su meccanismi di premialità che condizionino le misure di sostegno.

Nel 2016, con la legge cinema e audiovisivo, sono stati infatti inseriti incentivi per la parità di genere, condizionando in parte i contributi pubblici alla presenza di registe, autrici, capereparto.

Per l’associazione 100autori, che rappresenta registe, registi, sceneggiatori e sceneggiatrici, la presenza femminile deve essere reale anche nello sguardo, perché se il mondo lo raccontano solo gli uomini si continuerà a universalizzare la visione maschile e a considerarla neutra.

(2 -- Continua)

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