La Westminster Magistrates’ Court di Londra lo scorso 20 aprile ha approvato formalmente l’estradizione di Julian Assange, il whistle-blower australiano, negli Stati Uniti per accuse di spionaggio. La decisione finale spetta alla ministra dell’Interno britannica, Priti Patel, ma il fondatore di Wikileaks ha ancora a disposizione le vie legali: gli avvocati della difesa possono presentare osservazioni alla ministra e ricorrere all’Alta corte entro quattro settimane. 

Sono 18 i capi di accusa a carico di Assange relativi alla pubblicazione di oltre 500mila documenti riservati riguardanti le operazioni degli Stati Uniti in Afghanistan e in Iraq e rischia una condanna di 175 anni. Da tre anni il fondatore di Wikileaks si trova nel carcere di massima sicurezza di Belmarsh dopo essere stato per sette anni nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra, che gli aveva garantito asilo politico. 

Il giornalista e attivista australiano ha fondato Wikileaks nel 2006 e, garantendo alle fonti la massima sicurezza, riesce a pubblicare sul sito dieci milioni di documenti con fuga di notizie, svelando segreti dei governi di tutto il mondo.

Gli inizi e Wikileaks

Figlio di due produttori teatrali, Assange fin da piccolo ha girato il mondo con i genitori, sviluppando una sensibilità per temi sociali e politici e, a soli 16 anni, era in grado di scrivere programmi informatici. Si definisce un cypherpunk dalla vena libertaria, ossia un attivista che attraverso l’uso della crittografia informatica contribuisce a un cambiamento sociale e politico. Già con la sua attività di hackeraggio per il gruppo International Subversives inizia ad avere problemi con la giustizia e a 20 anni, nel 1991, viene accusato di essersi introdotto nel sistema informatico del Dipartimento della difesa Usa, ma torna il libero per buona condotta e dopo aver pagato una multa.

Nel 2006 fonda Wikileaks, un sito che entra in funzione l’anno successivo, insieme ad attivisti e giornalisti. È un archivio documentale online dove vengono pubblicati file sensibili riguardo a pratiche e attitudini non etiche di governi, personaggi politici, banche e multinazionali.

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Tra questi, i documenti sulla prigione di massima sicurezza di Guantanamo, svelando le condizioni dei detenuti e pubblicando il manuale per le guardie carcerarie. Sono poi stati rivelati documenti sulla durissima repressione cinese della rivolta tibetana, migliaia di mail di Hillary Clinton a ridosso delle elezioni presidenziali del 2016, 70mila documenti riservati sulle operazioni in Afghanistan e 400mila carte secretate sull’invasione dell’Iraq, con cui sono state rivelate le violenze dei militari statunitensi sui civili. Emergono poi i rapporti tra Iran e Pakistan a sostegno dei talebani e la copertura di condotte dei soldati statunitensi dagli apparati militari.

Inizia così la collaborazione tra Wikileaks e alcune tra le più grandi testate, come El Pais, il New York Times, il Guardian, lo Spiegel e Le Monde, per permettere l’elaborazione e la divulgazione dei documenti rivelati dall’archivio. 

Nel 2010, con la pubblicazione dei leak sulle attività militari statunitensi in Afghanistan e Iraq e la diffusione di 250mila cablogrammi diplomatici da cui emergono gli abusi perpetrati dai soldati statunitensi e le uccisioni dei civili. La fuga di notizie è stata permessa dall’ex militare Chelsea Manning, che invia 700mila documenti classificati. 

L’asilo politico e i processi

Nel mirino della giustizia statunitense e di molti altri paesi, nel 2010 Assange viene accusato dalla magistratura svedese di stupro, denunciato da due donne per alcuni fatti avvenuti nel 2010. La Svezia emette un mandato di cattura europeo e il giornalista, che si trovava a Londra, si consegna alla polizia e dichiara che si trattava di rapporti consenzienti. Agli occhi di attivisti e difensori della libertà di stampa il mandato di arresto internazionale della Svezia è visto come un pretesto per estradare Assange negli Stati Uniti.

Assange teme che la Svezia possa estradarlo negli Stati Uniti e nel 2012 chiede asilo politico all’ambasciata dell’Ecuador nel Regno Unito. L’ex presidente ecuadoriano socialista Rafael Correa concede lo status di rifugiato per motivi politici ma non riesce a permettere il trasferimento del giornalista – che nel frattempo continua la sua attività – a Quito, per l’impedimento da parte delle autorità britanniche. La sua permanenza in ambasciata è stata considerata dalle Nazioni Unite come una detenzione arbitraria e illegale.

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Le accuse di molestie sessuali sono state archiviate per mancanza di prove, ma negli Stati Uniti il giornalista è accusato dal 2019 di aver violato l’Espionage Act e di aver messo a repentaglio la sicurezza nazionale pubblicando oltre 500mila documenti segreti.

Il 24 febbraio 2020 inizia l’esame della richiesta di estradizione statunitense da parte dei giudici londinesi. La difesa sostiene le motivazioni politiche della richiesta e in tutto il mondo iniziano le proteste per chiedere la liberazione del giornalista. Il 4 gennaio 2021, la giudice Vanessa Baraitser rigetta la richiesta per il rischio di suicidio, date le sue condizioni di salute psicologica causate dalla detenzione. 

Contro il rifiuto dell’estradizione, gli Stati Uniti presentano appello il 10 dicembre 2021 e l’Alta Corte di Londra ribalta la decisione, sostenendo che le garanzie fornite dal governo Usa sulle cure siano sufficienti. La difesa ricorre così alla Corte suprema che, però, non ha rilevato nessuna questione di diritto che possa riaprire il caso.

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