Antonio D’Amato, lei è il segretario di Magistratura indipendente. Come si arriva alle elezioni al Csm, ora fissate?

Le elezioni del 25 e 26 ottobre 2026 non sono una scadenza formale: sono un banco di prova per la magistratura. In quel voto si misura la capacità dell’ordine giudiziario di recuperare credibilità e rilanciare con serietà il sistema dell’autogoverno. Dopo anni difficili, la priorità è una sola: riportare al centro profili autorevoli, trasparenti e competenti, magistrati che conoscano, per esperienza diretta, la complessità della giurisdizione, nei suoi aspetti ordinamentali come in quelli organizzativi. È da qui che passa il rafforzamento dell’indipendenza della magistratura. Ed è da qui, insieme, che passa anche la qualità del servizio giustizia.

Lo scampato pericolo della riforma costituzionale che prevedeva il sorteggio ha insegnato qualcosa?

Sì, lo ha insegnato con chiarezza. Il dibattito sul sorteggio ha posto una questione di fondo che non possiamo più eludere: come ricostruire fiducia nell’autogoverno, senza svuotarlo della sua legittimazione democratica. Il sorteggio, a mio giudizio, non era e non è una risposta accettabile, perché il pluralismo culturale della magistratura e la rappresentanza delle diverse sensibilità (culturali, territoriali, di anzianità di servizio) non possono essere affidati al caso. Ma proprio quella discussione ha reso evidente un punto essenziale: l’autogoverno si difende soltanto se lo si rende credibile. Credibile nei comportamenti, nella selezione della classe dirigente, nella trasparenza dei percorsi associativi e nella capacità di anteporre l’interesse generale della giurisdizione a ogni appartenenza.

Lei guida Mi dopo un periodo di rimescolamento interno. Con che spirito ha assunto il ruolo?

Con senso di responsabilità e con piena consapevolezza della fase che stiamo attraversando. Mi, come tutta la magistratura associata, viene da anni complessi e sarebbe un errore non prenderne atto con lucidità. Proprio per questo oggi serve una guida capace di ricostruire fiducia, consolidare coesione, valorizzare le energie migliori, assicurare la transizione generazionale. Non serve una leadership di contrapposizione: serve una presenza autorevole, equilibrata e coerente, in grado di difendere con fermezza i propri valori liberali (improntati a moderazione e ad equilibrio), e, al tempo stesso, di misurarsi con realismo con i problemi della giustizia. È questo lo spirito con cui intendo svolgere il mio compito, nella consapevolezza che i giovani magistrati, come tutti i giovani, hanno bisogno di buoni esempi.

Il referendum ha cambiato la percezione degli italiani nei confronti della magistratura?

Il referendum è stato un passaggio importante, perché ha riportato al centro del dibattito pubblico il tema della magistratura e del suo rapporto con i cittadini. Ma la percezione degli italiani non si modifica per effetto di una singola consultazione: si forma ogni giorno, nella concretezza del servizio giustizia. Nei tempi dei processi, nella chiarezza delle decisioni, nell’equilibrio dei comportamenti e nella credibilità complessiva delle istituzioni. Negli ultimi anni la magistratura ha subito anche un danno reputazionale ed è giusto riconoscerlo senza infingimenti. Proprio per questo la fiducia dei cittadini non si proclama e non si pretende: si riconquista con serietà, qualità professionale e coerenza; ma anche mettendo i magistrati nelle condizioni di lavorare con serenità, dando, loro, risorse adeguate, a fronte di carichi di lavoro sempre più in aumento. Sotto questo profilo, è notoria l’azione di Magistratura Indipendente per la individuazione di carichi esigibili di lavoro.

Altro capitolo sono i rapporti con il ministero della Giustizia. Sembra che la fase della contrapposizione sia finita. É così?

Il rapporto col ministero deve muoversi su un terreno di confronto franco, rispettoso e concreto. Non serve una contrapposizione pregiudiziale, ma non sarebbe accettabile neppure un atteggiamento rinunciatario. Quando vi sono scelte normative che suscitano perplessità o dissenso, va detto con chiarezza; allo stesso tempo, il dialogo istituzionale va mantenuto aperto, se l’obiettivo è migliorare davvero il funzionamento del sistema. Sul gip collegiale, il rinvio dell’entrata in vigore conferma che le criticità organizzative segnalate dall’Anm erano reali. Quando una riforma incide in modo così profondo sugli assetti degli uffici e sulla gestione delle misure cautelari personali, la sua sostenibilità va verificata prima, non dopo. Il fatto che su questo punto si sia aperta un’interlocuzione più pragmatica è un segnale positivo. Non significa che ogni divergenza sia superata, ma dimostra che il confronto istituzionale è sempre più utile dello scontro, se è orientato a soluzioni serie e realistiche. Oggi significa intervenire su due nodi non più rinviabili: la mobilità dei magistrati, da ricondurre a finestre temporali certe per evitare ricadute sugli assetti degli uffici e la revisione della geografia giudiziaria e delle piante organiche, che richiede dati affidabili e personale amministrativo adeguatamente formato. Da qui passa una giustizia più efficiente e che rispetti tempi più ragionevoli.

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