Come ciclicamente avviene, torna a far discutere il fatto che i difensori vengano intercettati durante i colloqui con i loro assistiti. La vicenda è avvenuta a Napoli e ha sollevato enorme indignazione nel foro, tanto da dare vita a una protesta davanti all'ingresso del palazzo di giustizia.

i fatti

I fatti, per come ora si conoscono: l'avvocato Raffaele Esposito ha denunciato alla Camera penale di Napoli il fatto che la procura, nell'ambito di un procedimento giudiziario in corte d'assise, abbiano autorizzato attività investigative dentro il tribunale, con video e intercettazioni che riprendono o vedono citati anche avvocati, violando così il «divieto assoluto di intercettazione delle conversazioni o comunicazioni dei difensori e di quelle tra i medesimi e le persone da loro assistite».
La Camera penale locale ha immediatamente reagito, inviando alla magistratura una nota affinché «mai venga sminuita la funzione difensiva, insinuato il dubbio sulla correttezza professionale o denigrato l'uomo che indossa la Toga del difensore, e perché l'aula di udienza sia restituita alla sua sacralità di luogo del giudizio, presidiato dal solo giudice e non già trasformato in terreno di osservazione e controllo dell'organo inquirente».

Nei giorni successivi sono emersi in contorni della vicenda: si è trattato di una intercettazione ambientale audio-video autorizzata dal gip nel corridoio esterno all'aula 114 del Tribunale di Napoli, al fine di accertare casi di falsa testimonianza nel processo sull'omicidio di Luigi Mocerino, 72enne ucciso il 31 dicembre 2022 ad Afragola.

La procura di Napoli diretta da Nicola Gratteri, con una nota del 25 maggio, ha spiegato che "nessuna attività di intercettazione o di pedinamento è stata disposta nei confronti di avvocati". Nella nota firmata da Gratteri si legge che dalle indagini sarebbero emersi «gravi elementi in base ai quali ritenere che alcune persone, chiamate a rendere sommarie informazioni alla polizia giudiziaria avevano esternato forti timori per la propria incolumità in ragione delle dichiarazioni rese» e dunque sussistevano «consistenti indizi che tali persone, chiamate a testimoniare nel processo, fossero indotte a ritrattare le dichiarazioni accusatorie rese nel corso delle indagini o comunque a dichiarare il falso». Per questo la procura ha chiesto e sono state autorizzate intercettazioni telefoniche sulle utenze dei testimoni dell'accusa, l'intercettazione ambientale all'interno dell'abitazione di alcuni di loro e l'intercettazione ambientale audio-video nel corridoio esterno all'aula di udienza. Le intercettazioni, infatti erano volte «all'accertamento di ulteriori minacce, pressioni o promesse atte a indurre a rendere testimonianza falsa o reticente i testimoni citati, che potevano essere reiterate prima o dopo la celebrazione del processo».

La notizia ha tuttavia provocato indignazione del foro e della camera penale. Il 27 maggio si è svolta una protesta da parte degli avvocati. Circa novanta penalisti hanno manifestato, presenziando insieme all'avvocato Esposito durante l'udienza che si è tenuta sempre nell'aula 114. Inoltre, il presidente del Consiglio dell'Ordine degli avvocati di Napoli Carmine Foreste e la Camera Penale si sono messi in contatto con il procuratore generale presso la Corte di Appello di Napoli Aldo Policastro per discutere della questione.

Infine, la corte d'assise ha dichiarato irrilevante il fascicolo relativo alle intercettazioni captate davanti all'aula 114 e lo ha restituito al pm, decidendo dunque di non acquisire gli atti.

il csm

La notizia del caso napoletano è arrivata fino al Csm, dove le consigliere laiche di centrodestra, Claudia Eccher e Isabella Bertolini hanno chiesto l'apertura di una pratica: «A seguito di quanto appreso dalla stampa, abbiamo chiesto l'apertura di una pratica al Csm sulle segnalazioni relative alla captazione di conversazioni e colloqui avvenuti all'interno della Casa Circondariale di Perugia tra soggetti detenuti e i rispettivi difensori legali, nonché sulle intercettazioni che avrebbero coinvolto un gruppo di avvocati presso il Tribunale di Napoli. Qualora tali condotte fossero accertate, esse investirebbero direttamente le responsabilità dei magistrati dell'ufficio requirente e/o giudicante che abbiano richiesto, autorizzato, omesso di vigilare ovvero comunque consentito l'utilizzazione, la conservazione o la mancata immediata distruzione e separazione di comunicazioni coperte da segreto professionale, in evidente violazione delle garanzie costituzionali e processuali poste a tutela del diritto di difesa».

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