La divisione per categorie, infatti, induce a difendere i componenti, senza considerarne i meriti o le colpe: tra i magistrati, tra gli avvocati, tra i professori, tra i funzionari di cancelleria ci sono buoni e cattivi. Se, tutti insieme, si persegue l’obiettivo di realizzare una giustizia migliore, i cattivi possono essere emarginati e i buoni possono essere premiati
I cittadini hanno detto No alla eventualità che la Repubblica potesse trasformarsi in una camarilla asservita ai capricci di un padrone. Hanno salvato la divisione dei poteri, strumento fondamentale per lo stato di diritto.
Occorre manifestare profonda gratitudine, nonché ammirazione, a tutti coloro che si sono impegnati nel perseguimento di questo obiettivo, contro i tentativi di politicizzazione del confronto, contro le menzogne, contro le ingiurie, in assenza di qualsivoglia argomento oggettivo a favore della proposta di riforma.
Nei media il dibattito si orienta sugli effetti politici del referendum. Il governo ha presentato la proposta di riforma e l’ha difesa. Le opposizioni, grazie alle quali la maggioranza ha governato e continuerà a governare, hanno contribuito all’esito. Il risultato, tuttavia, non appartiene ad esse. Appartiene ai comitati, nazionali e locali; appartiene a tutti i cittadini che hanno difeso la Costituzione. Questi possono essere orgogliosi di aver salvato le fondamenta della Repubblica.
Si può lasciare ai commentatori politici ogni valutazione sulle conseguenze dell’esito referendario.
Può essere, invece, opportuno aprire una discussione sul Che fare, come ha scritto Wladimir Ilic Ulianov, sull’impegno di una minoranza attiva, capace di trascinare le masse dei cittadini.
In questa prospettiva, si tratta, innanzi tutto, di recuperare una comune cultura della giurisdizione e di superare la nefasta divisione per categorie imposta dalla campagna referendaria. La divisione per categorie, infatti, induce a difendere i componenti, senza considerarne i meriti o le colpe: tra i magistrati, tra gli avvocati, tra i professori, tra i funzionari di cancelleria ci sono buoni e cattivi. Se, tutti insieme, si persegue l’obiettivo di realizzare una giustizia migliore, i cattivi possono essere emarginati e i buoni possono essere premiati.
gli operatori della giustizia
Tutti insieme, gli operatori della giustizia, nei diversi ruoli, con il contributo di tutti i cittadini sensibili al problema, possono, innanzi tutto, tentare di cancellare tutte quelle disposizioni che hanno favorito la divisione e la contrapposizione delle categorie. Basti pensare a quelle che ostacolano il passaggio dalle funzioni giudicanti a quelle requirenti e viceversa. In ogni caso, giudici e pubblici ministeri sono, e sarebbero rimasti, magistrati, con il relativo status. I magistrati onorari sono, e sarebbero rimasti, portatori della comune cultura della giurisdizione. I pubblici ministeri in Cassazione hanno rischiato di perderla; l’hanno conservata. La comune cultura della giurisdizione va difesa anche nell’attività di formazione. Questa dovrebbe essere comune affinché tutti possano considerare le questioni anche dal punto di vista dell’altro. Una comune cultura della giurisdizione implica il coinvolgimento della polizia giudiziaria, dei poliziotti, dei carabinieri, della guardia di finanza, dei vigili urbani. Se costoro sono polizia giudiziaria, sono altro rispetto ai corpi di appartenenza, come ha affermato la Corte costituzionale. Vanno tutelati e difesi per difendere la dignità del loro lavoro.
Nei procedimenti civili e, in particolare, in quelli che riguardano le persone, i minori e le famiglie, nonché la crisi d’impresa, magistrati giudicanti e requirenti devono essere spinti ad operare, unitamente agli avvocati, agli operatori dei servizi sociali, agli economisti, in base ad una comune cultura della giurisdizione, affinché i diritti coinvolti in questi procedimenti possano ricevere piena tutela. Basti pensare, ancora, alle ripetute disposizioni che hanno cancellato i diritti dei lavoratori; il processo del lavoro funziona, ma, ormai, è privo di oggetti. Il processo del lavoro, inoltre, è stato esteso ad altre materie: alle controversie locatizie, a quelle agrarie, alle opposizioni alle contravvenzioni, comprese quelle stradali. Questo lo ha snaturato ed ha spento la spinta innovativa che ne aveva determinato il successo al momento della sua emanazione, nel 1973.
In questa delicata opera di restaurazione di una comune cultura della giurisdizione, occorre, poi recuperare i rapporti con Consigli degli Ordini degli avvocati e con il Consiglio Nazionale Forense, asservitisi alle indicazioni del Governo. Occorre aiutare gli organi rappresentativi della classe forense a recuperare la propria dignità e ad esprimere le esigenze e i bisogni di tutti gli avvocati nel contesto della legalità repubblicana.
Appare, poi, necessario ripensare i rapporti tra il Csm e il ministero della Giustizia. Senza risorse la giustizia non funziona. E la gestione delle risorse è appannaggio del Ministero, cosicché le indicazioni del Consiglio Superiore della Magistratura rischiano di restare mere enunciazioni se mancano i mezzi per renderle effettive. Su questo punto, l’attenzione merita di essere orientata sulla digitalizzazione e sulla formazione. I programmi informatici sono elaborati dal ministero e condizionano pesantemente soprattutto l’attività dei pubblici ministeri. La formazione è affidata alla Scuola Superiore della Magistratura, che dipende dal Ministero, ma dovrebbe essere la sede per la diffusione di una comune cultura della giurisdizione, coinvolgendo anche gli avvocati per il tramite degli organi rappresentativi e superando ogni nefanda contrapposizione tra categorie. In questo ambito, sarebbe anche opportuno rivitalizzare i Consigli
giudiziari, affinché questi siano la sede, dove, insieme, siano valutati i magistrati e gli avvocati abbiano non solo il diritto di partecipare, ma anche di interloquire.
Un’attività fondamentale è anche quella di operare per la semplificazione e la razionalizzazione della legislazione, scaricata sul contesto normativo come rifiuti in una discarica, contro i propositi enunciati e traditi. Un comune cultura della giurisdizione consente di trovare soluzioni applicative che permettono di far funzionare i processi, ma richiedono spesso giochi di pazienza, per sciogliere le contraddizioni imposte da un legislatore frettoloso e sovente sprovveduto.
Diverse sono le sedi nelle quali le questioni indicate potrebbero essere affrontate e discusse.
Un primo luogo di dibattito potrebbe essere l’Assemblea degli Osservatori della giustizia. Questi raccolgono le esperienze virtuose realizzate in alcuni luoghi. Sennonché l’obiettivo dovrebbe essere quello di diffonderle ovunque, anche nelle sedi dove si incontrano ostacoli nella arroganza dei magistrati e nella ignavia degli avvocati e degli operatori di cancelleria. Gli Osservatori della giustizia costituiscono un modello esemplare, ma la loro attenzione è ovviamente diretta su quanto si è riuscito a fare.
Una seconda sede di discussione potrebbe essere la ripresa dei Seminari di Magistratura Democratica sulla riforma del processo civile. Questi sono stati, nel primo ciclo, un’occasione di confronto su quanto si sarebbe potuto fare nella applicazione della riforma e, nel secondo ciclo, su quanto era stato fatto. Sono stati aperti a tutti gli operatori della giustizia, prescindendo da ogni regola di appartenenza. Sono stati un modello rispetto a tutti gli incontri ed ai corsi sul tema. Sono stati l’occasione per scambi di esperienze, nell’ambito dei quali nessuna soluzione è stata imposta. Gli atti sono stati recentemente pubblicati nel fascicolo 4 del 2025 di Questione giustizia. Altre sedi di discussione potrebbero essere l’Associazione di studi giuridici Giuseppe Borrè e Carlo Maria Verardi o il Centro Nazionale Studi di diritto del lavoro “Domenico Napoletano”.
Ogni luogo, peraltro, potrebbe essere adatto, purché si prescinda da ogni regola di appartenenza ovvero l’acquiescenza ad una etichetta.
Come si è rilevato, l’esito del referendum impone il superamento della contrapposizione delle categorie degli operatori della giustizia. Il presupposto consiste nella collaborazione di tutti al funzionamento del sistema giudiziario.
L’esito del referendum può essere considerato non un punto di arrivo, ma un punto di partenza per un discorso serio sul funzionamento della giustizia.
Lo spirito dovrebbe essere quello espresso nella terza strofa dell’Inno europeo: Wem der große Wurf gelungen, Eines Freundes Freund zu sein, Wer ein holdes Weib errungen, Mische seine Jubel ein! Ja - wer auch nur eine Seele,Sein nennt auf dem Erdenrund! Und wer's nie gekonnt, der stehle Weinend sich aus diesem Bund! (Chi ha compiuto la grande impresa di essere amico di un amico, chi ha conquistato una moglie meravigliosa, si unisca alla gioia! Sì, chi può chiamare sua anche una sola anima su questa terra! E chi non ci è mai riuscito, si allontani piangendo da questa assemblea!).
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