Oggi siamo quasi cinquecento. Avvocate e avvocati del foro di Bari che in pochi giorni hanno dato vita a un comitato per illustrare le ragioni del loro No al referendum sulle modifiche della Costituzione e dell’ordinamento giudiziario. L’episodio non è isolato.

Colleghe e colleghi, in Puglia e in altre regioni d’Italia, si ritrovano insieme per sostenere le ragioni del No e per dire, anche, che non tutta l'avvocatura è per il Sì. Ci sono avvocate e avvocati che sono per il Sì, altre e altri che sono per il No. E ci sono cittadine e cittadini che appartengono al mondo della magistratura, delle professioni, dell’imprenditoria, dei servizi, del volontariato, della società civile, che votano per il Sì oppure per il No.

Dovrebbe essere superfluo evidenziare tutto questo, ma non lo è. “Avvocate e Avvocati per la Costituzione e per il No al referendum”: questo è il nome del nostro comitato. Il riferimento, innanzitutto, alla Costituzione vuole sottolineare che la Costituzione è il cuore pulsante della nostra società, il collante di diritti, doveri e garanzie di cui non si può fare a meno. È necessario ricordarlo? Si.

Si, perché, anche nell’avvocatura, c’è chi considera la Costituzione un feticcio oramai superato, di volta in volta sbandierato solo da chi è contrario a ogni tentativo di riforma. E, allora, da qui bisogna partire e dai 546.463 cittadine e cittadini che, con le loro firme, hanno il merito di aver richiamato l’attenzione di tutti sul fatto che dal sì o dal no dipende la modifica o meno di sette articoli della Costituzione, che la Cassazione, riformulando il quesito, ha messo nero su bianco (87, 102, 104, 105, 106, 107, 110).

le ragioni del no

Il titolo della riforma è la separazione delle carriere, ma il contenuto tocca l’equilibrio tra i poteri dello Stato.

Il potere legislativo è all’angolo da tempo e l’iter di approvazione della legge di riforma costituzionale sulla quale siamo chiamati a pronunciarci il 22 e 23 marzo prossimi lo conferma ancora una volta: l’approvazione in doppia lettura è della maggioranza di governo e in parlamento nessuna discussione è stata possibile.

La pubblicazione sulla gazzetta ufficiale è del 30 ottobre; la prima formulazione, equivoca, del quesito è del 18 novembre; l’indizione del referendum è del 13 gennaio, cioè prima della scadenza del termine di tre mesi previsto dalla Costituzione per chiedere di sottoporre a referendum popolare una legge di modifica costituzionale approvata senza (la larga condivisione del parlamento e senza) la condivisione dei due terzi di ciascuna camera.

Una serie di forzature che sicuramente desta attenzione e preoccupazione. “Sopraffatto” quello legislativo, il potere esecutivo (la riforma del premierato di cui si parla non mira forse a rafforzarlo?), ora, punta a minare quello giudiziario dalle fondamenta.

Gli slogan sono scelti con cura e vengono utilizzati per confondere le acque, sminuire l’importanza del tema di cui si dovrebbe seriamente dibattere e avere facile presa su chi, inondato di notizie, video, post, fatica a districarsi tra pubblici ministeri, magistratura requirente e giudicante, ordinamento giudiziario e consiglio superiore della magistratura.

Continui messaggi fuorvianti.

Come quello di un manifesto affisso in città secondo cui, con la vittoria del sì, avremmo una riforma della giustizia, mentre dovrebbe essere orami chiaro che questo referendum non incide in alcun modo su efficienza dei giudici e degli uffici giudiziari, sui tempi lunghi dei processi, sulle carenze di organico. Disfunzioni e criticità: tutto rimarrà come prima.

Centralità della Costituzione e No al referendum indissolubilmente legati: questa è l’essenza del comitato.

Separazione tra giudici e PM, unità della giurisdizione, Alta Corte, Csm, sorteggio, attuazione della riforma con provvedimenti ordinari (i decreti - la notizia non è stata smentita - sarebbero già scritti), equilibrio tra i poteri dello Stato: questi sono i temi oggetto delle nostre iniziative sul territorio, per contribuire a rendere più consapevole l’importanza dell’esercizio del diritto di voto i prossimi 22 e 23 marzo.

Noi votiamo No perché, per dirla con le parole di un attento collega e studioso, «quando si tratta di mettere mano alla Costituzione, tuttavia, un po’ più di tempo è ragionevole e opportuno, al di là delle contingenti valutazioni politiche. Non è questione di ostruzionismo o di dilatazione dei tempi. È questione di democrazia e di ragionevolezza, difficilmente compatibili con forzature e accelerazioni»

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