Le istituzioni, specie quelle istituzionalmente votate al silenzio, le azioni vanno interpretate e soppesate con doppia attenzione. Per questo è così pesante la decisione del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, di essere oggi a palazzo Bachelet per presiedere il plenum del Consiglio superiore della magistratura.

Il capo dello Stato, che per Costituzione è anche il vertice dell’organo di governo autonomo della magistratura, non sceglie un momento a caso per scendere dal Quirinale e andare a sedersi tra i 32 consiglieri.

Il suo intervento

E lo spiega con parole chiarissime e che non hanno bisogno di interpretazioni. «Sono consapevole che la mia presenza in una seduta ordinaria non è consueta, non si è mai verificata in 11 anni», sottolinea il presidente, che sottolinea di averlo fatto per la «necessità e il desiderio di sottolineare il rilievo costituzionale del Csm» e «il rispetto che occorre nutrire nei confronti di questa istituzione da parte delle altre». Il Csm, continua, «non è esente, nel suo funzionamento, da difetti, lacune, errori e nei cui confronti non sono, ovviamente, precluse critiche. Come, del resto, si registrano difetti, lacune, errori e sono possibili critiche riguardo all'attività di altre istituzioni della Repubblica, siano esse parte del potere legislativo, di quello esecutivo, di quello giudiziario». Ma, aggiunge, «in questa sede, che rimane e deve rimanere rigorosamente istituzionale ed estranea a temi o controversie di natura politica - più che nella funzione di presidente di questo Consiglio come Presidente della Repubblica - avverto la necessità di rinnovare con fermezza l'esortazione al rispetto vicendevole. In qualsiasi momento, in qualsiasi circostanza. Nell'interesse della Repubblica».

L’intervento di apertura non lascia spazio a equivoci né fraintendimenti: è una difesa forte e accorata del Csm, soprattutto dalle critiche e dagli attacchi degli altri poteri dello stato. Uno in particolare: l’esecutivo, che da settimane cannoneggia il Consiglio come epicentro del disastro di una magistratura da riformare con la legge costituzionale targata Nordio.

Il clima

Del resto, il clima è quello avvelenato in cui questi giorni molte voci hanno dato spettacolo: la battaglia referendaria impazza e il Csm è nell’occhio del ciclone, tacciato da niente di meno che il ministro della Giustizia di essere istituzione «para-mafiosa» (poco conta che in passato lo abbia detto il pm Nino Di Matteo, quando si pronuncia una frase poi la responsabilità è propria) con una sezione disciplinare che è «camera di compensazione» degli appetiti correntizi. Tutto, mentre al ministero della Giustizia già sono pronte le bozze dei decreti attuativi della riforma che smantellerà completamente l’organo per come oggi è conosciuto.

Non solo: nei giorni scorsi le parole del pm Nicola Gratteri hanno acceso la miccia anche dentro il plenum del Csm stesso, attraversato dalle divisioni tipiche di una campagne elettorale che però sono state esplicitate in due distinte iniziative: una dura lettera di 20 consiglieri a difesa del procuratore capo di Napoli, contro la richiesta di una apertura di pratica disciplinare e professionale a suo carico da parte di un consigliere laico di centrodestra e la richiesta di una presa di distanza del Csm dalle sue parole di altre due consigliere della stessa area.

Ecco che allora si spiega la presenza del Quirinale, che nei momenti di massima tensione interviene sempre, a tutela non tanto di questo specifico Csm ma del Csm come istituzione che governa la vita di un ordine nevralgico come quello giudiziario.

L’intervento di Mattarella è un mondo plastico per ristabilire l’ordine ma anche per restituire il senso dell’autorità di un organo di rilevanza costituzionale, che non può e non deve essere preda degli opposti sentimenti politici del momento: lo fece in passato presiedendo la seduta straordinaria dopo lo scandalo Palamara, per esempio.

I precedenti

La mossa – eloquente – del capo dello Stato affonda nei noti precedenti dei suoi predecessori Sandro Pertini e Carlo Azeglio Ciampi: entrambi decisero di presiedere le sedute nei momenti di massima tensione politica tra governo e Consiglio. Il primo nel 1981, quando convocò e presiedette un plenum straordinario nel mezzo scandalo P2 durante il cosiddetto “scandalo dei cappuccini”, in cui alcuni membri del Csm furono indagati dalla procura di Roma per peculato per aver consumato caffè e cappuccini a spese dell'ente. 

il secondo nel marzo del 2005, dopo l’approvazione della riforma Castelli che era duramente osteggiata dalla magistratura.

Il gesto di oggi del Quirinale ha un chiaro scopo: ripristinare l’ordine, tutelare l’istituzione e richiamare tutti, silenziosamente, al rigoroso rispetto del proprio ruolo con i relativi obblighi e responsabilità.

La mossa, inattesa, è un altolà chiaro alla deriva di modi, toni e parole di questi ultimi giorni, e viene dall’ultimo vero baluardo in cui tutto il paese si riconosce. La speranza è che il messaggio sia recepito da tutti.

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