Bologna è diventata epicentro dello scontro tra avvocatura e magistratura post referendum costituzionale. La storia comincia con la richiesta di Roberto Ceroni, pm della Dda, di cambiare funzioni, passando da requirente a giudicante.
Durante il consiglio giudiziario dell'11 giugno, però, il presidente del consiglio dell'ordine degli avvocati Flavio Peccentini ha espresso parere non favorevole, «tenuto conto che il magistrato svolge funzioni requirenti da oltre 20 anni».
Il consiglio giudiziario ha comunque espresso parere favorevole alla richiesta, ma ad attaccare l'avvocatura è stata la giunta distrettuale dell'Anm, che in una nota ha scritto che «la legge consente una volta nell'arco dell'intera carriera il passaggio di funzioni» e «la posizione del Consiglio dell'Ordine degli avvocati, pertanto, si colloca al di fuori di ogni previsione normativa, in quanto motivata esclusivamente sull'opportunità di un passaggio di funzioni consentito ex lege e risulta evidentemente ancorata ad una visione ideologica e pregiudiziale che, peraltro, dimentica l'esito del voto referendario dello scorso 23 marzo che, con ampia partecipazione popolare, ha confermato l'attuale assetto normativo. Il mutamento di funzioni, al contrario, incentiva il miglioramento delle competenze e della professionalità del magistrato e, in quanto tale, andrebbe incentivato».

La nota, che richiama il referendum, è stata letta come una sorta di tentativo di intimidazione da parte del coa bolognese, che ha risposto con una nuova nota in cui ha parlato di «non poco stupore» e di «gravi affermazioni lesive delle prerogative istituzionali del Consiglio stesso».

La reazione

La reazione, infine, è stata quella di una comunicazione inviata alla presidente della Corte d'Appello e al procuratore generale in cui si legge che «è significativo che ANM Emilia-Romagna, tra l'altro virgolettando e manipolando inescusabilmente frasi invece inesistenti, abbia voluto rinfocolare polemiche referendarie e abbia confuso un atto espressamente richiesto e riferito a una specifica ipotesi di tramutamento con un comunicato stampa». E ancora, «arrogarsi il diritto di replica rispetto a provvedimenti frutto di dialogo istituzionale- scrive l'Ordine- è contegno disinvolto che si commenta da sé, così come lo sono le inadeguate e non onorevoli espressioni utilizzate». Da qui la richiesta alla presidente della Corte d'appello bolognese e al procuratore generale di «un segno di riscontro e coerente sintonia con le rispettive funzioni istituzionali» da parte dell'Ordine degli avvocati, «nella certezza che sia condivisa la preoccupazione per un evidente imbarbarimento dei toni e del linguaggio».

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