Non è ancora la protesta più lunga, quella iniziata il 28 dicembre dello scorso anno, ma certamente la più sanguinosa. Peggio che nel 2019, molto peggio che nel 2022, per citare solo i più recenti movimenti di protesta che hanno interessato l’Iran. I numeri delle persone uccise tra quelle che manifestavano e quelle che stavano semplicemente a guardare oscillano paurosamente ma, nonostante la differenza tra i duemila morti ammessi dalle stesse autorità e le molte migliaia riferite da fonti non governative, possiamo già definire questo periodo la notte più buia dell’Iran e non solo per lo spegnimento prolungato di Internet.

Quello che è certo è che, quando Amnesty International, Iran Human Rights o altre organizzazioni iraniane per i diritti umani saranno riuscite a redigere un elenco contenente nomi, cognomi, età, luogo e circostanze delle uccisioni, il totale raggiunto sarà inferiore a quello reale e bisognerà moltiplicarlo per qualche fattore. Era già successo nella rivolta di fine novembre del 2019: nomi e cognomi di 300 vittime certe, probabilmente un quinto del totale effettivo.

Se i mezzi d’informazione filogovernativi mostrano qualche immagine e forniscono qualche numero, non è per un’esigenza di giustizia e di trasparenza ma solo per rimarcare la narrazione che vede rivoltosi violenti ed eterodiretti con le armi in pugno togliersi la vita tra di loro o venire legittimamente uccisi dalle varie forze di sicurezza e paramilitari.

L’occultamento della verità passa anche per tattiche già sperimentate: sepolture sommarie in luoghi segreti, mancata restituzione dei corpi alle famiglie, intimidazioni a queste ultime di non fare funerali pubblici e di non rivelare informazioni sulle cause delle morti.

Gli arresti sono già migliaia. Le carceri si stanno riempiendo a dismisura. Probabile che con la stessa rapidità si svuoteranno dei nuovi arrivati: le più alte cariche dello stato hanno sollecitato le procure provinciali a svolgere processi rapidi e a usare l’accusa di “moharebeh” (inimicizia contro Dio, il peccato che diventa reato, tipico della teocrazia iraniana), che prevede la pena di morte. A ciò si aggiunga che, dopo la “guerra dei 12 giorni” con Israele, in tutto l’Iran è iniziata la caccia alle «spie del Mossad», che ha visto di frequente arrestate e messe a morte in modo del tutto arbitrario persone appartenenti alla minoranza curda.

Inevitabile che molti processi celebrati in tutta fretta termineranno con sentenze d’impiccagione, i ricorsi in appello contro le quali saranno una pura formalità.

Poi c’è un’esecuzione minacciata da anni: quella di Ahmadreza Djalali. La sua è una storia anche italiana: per diversi anni nello scorso decennio ha svolto ricerca a Novara, presso l’Università del Piemonte orientale. È un esperto in medicina di emergenza, con passaporto svedese. Arrestato nel 2016 durante una visita alla parte della famiglia che vive in Iran, gli è stato chiesto di fare la spia e carpire informazioni sulle ricerche scientifiche israeliane. Ha rifiutato ed è stato accusato di essere lui una spia di Israele. La condanna a morte emessa nel 2017 è definitiva. Djalali è un ostaggio, né più né meno, tenuto in vita come pedina di scambio, per il quale da Novara a Stoccolma – dove vivono la moglie e i due figli – c’è una mobilitazione internazionale che ha coinvolto in questi lunghi anni anche moltissimi premi Nobel nel campo scientifico. Il 14 gennaio Djalali ha trascorso l’ennesimo compleanno, ormai il decimo, lontano dalla sua famiglia e con un cappio al collo. Il boia può stringerlo quando vuole se la comunità internazionale non farà qualcosa.

Questo venerdì a Roma, alle 16 in Campidoglio, inizia una serie di iniziative in solidarietà con la popolazione iraniana. Per Ahmadreza Djalali che è ancora vivo e per le migliaia, o decine di migliaia, di iraniane e iraniani che hanno perso la vita in una settimana.

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