Qualcuno cantava che «libertà non è stare sopra un albero, libertà è partecipazione». Da agricoltrice ed ecologista ne sono sempre stata convinta, e ancor più ora che siedo in Europarlamento. Il fatto è che verso l’autoritarismo non si scivola con un singolo atto eclatante: l’Italia lo sta facendo attraverso un lento e metodico sfilacciamento dei propri contrappesi democratici. Con un’erosione silenziosa degli spazi, fatta di attacchi alla stampa e una crescente allergia al conflitto sociale. Una democrazia "sonnambula" che, un provvedimento dopo l’altro, sta smarrendo l’abitudine di tollerare il dissenso e di garantire proprio quella partecipazione.

E i segnali d'allarme sono ormai dati cristallizzati nei report internazionali: il Media pluralism monitor e l’ultima relazione della Commissione europea sullo Stato di diritto descrivono un Paese in cui fare informazione indipendente è diventato un atto di resistenza. Nel World Press Freedom Index 2025 di Reporters sans Frontières, l'Italia è al 49esimo posto su 180 Paesi, perdendo ulteriori posizioni e descritta come un luogo dove la libertà di stampa resta un diritto vulnerabile, minacciato da pressioni politiche e giudiziarie.

Le querele temerarie – note come Slapp (Strategic lawsuits against public participation) – sono oggi il principale manganello agitato dal potere stesso contro i giornalisti: richieste di risarcimento milionarie che mirano all’asfissia economica delle testate. Il nostro paese detiene il record europeo, con 26 casi nel 2023. E questo quotidiano ne sa qualcosa: querele da Meloni, con il direttore Emiliano Fittipaldi e l’allora direttore Stefano Feltri trascinati in tribunale, attacchi pubblici da parte del governo che presenta i giornalisti come «portatori di interessi», e casi a dir poco irrituali come il sequestro di un articolo nella vostra redazione a seguito di un’inchiesta su Durigon.

A questa pressione si aggiunge l’inquietante frontiera della sorveglianza digitale. L’inchiesta sullo spyware Graphite ha rivelato che almeno sette attivisti e giornalisti italiani sono stati infettati da uno dei più potenti software di sorveglianza al mondo, prodotto dalla israeliana Paragon Solutions, tanto che l’azienda ha rescisso il contratto con il governo italiano dopo le rivelazioni sull’uso del programma. E anche su questo il nostro governo non ha mai dato risposte esaustive.

Ma l’attacco non si ferma alle redazioni, arriva fin nelle strade. La sequenza dei cosiddetti "decreti sicurezza" ha delineato una visione del diritto penale come strumento di neutralizzazione del dissenso politico. Dalla criminalizzazione dei blocchi stradali e delle proteste pacifiche degli attivisti climatici fino al fermo preventivo di 12 ore, con cui le forze dell’ordine possono bloccare chiunque con un semplice “fondato motivo di ritenere” che possa disturbare una manifestazione, senza processo, senza appello e senza garanzie reali contro gli abusi.

Abbiamo invitato Francesca De Benedetti - caposervizio Europa di questo giornale - Amnesty International, Arci e rappresentanti della società civile a discutere dello stato della libertà di informazione e della qualità dei diritti in Italia questo martedì, alle 15:30 al Parlamento europeo, nell’ambito dell’iniziativa “Freedom at Risk? The Case of Italy”, organizzata insieme agli eurodeputati Alessandro Zan e Gaetano Pedullà, dunque in collaborazione tra verdi (Greens/Efa), socialdemocratici (S&D) e sinistra europea (The Left). 

Amnesty International e altre organizzazioni che monitorano lo stato dei diritti fondamentali ricordano da tempo che la salute di una democrazia si misura dalla libertà di informare, protestare e dissentire senza intimidazioni. Quando giornalisti vengono trascinati in tribunale per il loro lavoro, quando attivisti rischiano sanzioni pesantissime per una protesta pacifica e quando lo spazio del pluralismo si restringe, non siamo più di fronte a episodi isolati. Sono segnali di un sistema che sta lentamente perdendo la capacità di tollerare il dissenso. E una democrazia che non tollera il dissenso smette, poco alla volta, di essere pienamente democratica. Il fatto che un paese fondatore dell’Unione sia ormai oggetto di preoccupazioni anche a livello europeo dovrebbe allertarci.

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