Con la spaccatura del Movimento Cinque stelle tra Giuseppe Conte e Luigi Di Maio finisce la stagione della protesta, ma non quella della radicalità.

Su Facebook Alessandro Di Battista, da tempo fuori dal parlamento, indica il peccato originario del Movimento: aver deciso di governare, farsi potere invece che rimanere contropotere.

Beppe Grillo, dieci anni fa, era scettico perfino sull’opportunità di correre alle elezioni, difficile denunciare la Casta e i compromessi dall’interno.

Come tutti i populismi e in particolare i populismi di sinistra, quelli che se la prendono con la minoranza forte (l’élite) invece che con la minoranza debole (immigrati, persone con identità sessuali o di genere varie…), i Cinque stelle hanno sperimentato e generato la frustrazione di promettere un cambiamento che non sapevano come generare.

Donald Trump non ha provato a cambiare “il sistema”, si è limitato a imbrogliarlo, a sfasciarlo. I Cinque stelle avevano intenzioni migliori, così come il procuratore generale progressista Chesa Boudin di San Francisco, sfiduciato dai suoi elettori, o a suo tempo Alexis Tsipras in Grecia, Bernie Sanders negli Stati Uniti e così via. Ma per cambiare il sistema servono idee, competenze, radicamento.

I Cinque stelle hanno sempre avuto programmi imbarazzanti, competenze minime, nessun radicamento sul territorio (come dimostrano sconfitte e candidature mancate alle amministrative). Conte e Di Maio, in modo speculare, hanno seguito lo stesso percorso: hanno imparato le logiche della politica, ma non quelle dell’efficacia.

Reddito di cittadinanza a parte (che non è poca cosa), di cosa possono andare fieri? Dei decreti Salvini contro gli immigrati? Del più grande sperpero di denaro pubblico della storia repubblicana, il Superbonus edilizio?

Conte ha sempre avuto la pochette, Di Maio ha imparato l’inglese e a comportarsi in società, uno a suo agio nei palazzi romani come i democristiani di un tempo, l’altro rapido nell’apprendere e nel decidere come Matteo Renzi (ma senza cedere al fascino del denaro). Ma a parte questo sono uguali: hanno interpretato l’evoluzione di un Movimento che ha imparato a gestire il potere senza avere la più vaga idea di cosa farne.

Così finisce quindi la stagione della protesta: nessuno si fiderà più di chi limita l’articolazione del disagio a un “vaffa”.

Non scompare però il bisogno di radicalità nelle proposte e nelle scelte: amministrare l’esistente con diligenza non può essere l’unica alternativa allo scomposto fallimento dei populisti, come ha scoperto a sue spese Emmanuel Macron.

Dopo Conte e Di Maio non c’è Di Battista, tutti e tre sono interpreti di una stagione conclusa che lascia spazio a chi saprà rispondere a quelle domande di equità, redistribuzione e giustizia in modo efficace, competente ma anche netto e coraggioso.   

  
 

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