Il responsabile dipartimento Sport del Pd risponde alla lettera di Tommaso Nannicini e Fabio Appetiti, spiegando perché il Pd ha votato l’emendamento bipartisan che ha spartito i fondi destinati al calcio femminile. Nella sua versione originale, il decreto spostava 10 milioni destinati alla Figc a sostegno della parte più fragile del sistema calcio per darli a 12 società che hanno una squadra di calcio professionistica femminile. Nove di queste hanno alle spalle un club di serie A maschile. Una misura molto problematica
Caro direttore,
ho letto sulle pagine di Domani una ricostruzione, a firma di Tommaso Nannicini e Fabio Appetiti, circa la vicenda del sostegno al calcio professionistico femminile previsto dall’ultimo decreto Sport, che ritengo parziale e imprecisa.
Spiego dunque nuovamente, come ho fatto nell’aula del Parlamento, la posizione del Partito Democratico. Provo così: nella foresta di Sherwood c'era un uomo che rubava ai ricchi per dare ai poveri, stava senza indugio dalla parte del popolo. Il ministro Abodi, nella prima stesura del “decreto sport”, aveva messo in scena la sua versione rovesciata: un Robin Hood al contrario pronto a togliere a chi ha di meno per dare a chi ha di più.
Il testo licenziato in Consiglio dei ministri spostava infatti circa 10 milioni di euro (1% della “Legge Melandri” destinati alla Figc a sostegno della parte più fragile del sistema calcio che finanziano interamente il “progetto Zola” e i settori giovanili) per darli a 12 società che hanno una squadra di calcio professionistica femminile. Nove di loro hanno alle spalle un club di serie A maschile.
Così, per il ministro (e per chi continua a credere nella bontà del suo progetto originario) togliere al Lumezzane, all’Ascoli, al Trento o all’Alcione per darli a Roma, Inter o alla Lazio del senatore Lotito sembrava un’idea geniale.
Circa un milione di euro a testa, omaggio del ministro Abodi. Peccato che, di quello storno di denaro (lo ripeto, non un singolo euro in più, solo lo stesso denaro tolto da una parte e spostato sull’altra) ne avrebbero subito le principali conseguenze proprio i fragili investimenti sul calcio femminile di società che, costrette a tagliare, avrebbero tagliato proprio lì.
Ora, per essere chiari, il Partito Democratico, proprio perché siamo fortemente convinti che il calcio professionistico femminile vada sostenuto con provvedimenti strutturali, ha proposto due alternative che avrebbero permesso di trovare più risorse (13 milioni circa) e per tutta la filiera del calcio femminile (dilettanti, settori giovanili, calcio a 5).
La prima proposta era legata a un inasprimento delle multe per la pirateria televisiva, la seconda a una extra-tassazione degli utili delle società di scommesse sportive. Entrambe avrebbero generato quei 13 milioni di risorse con un vincolo d’uso: il calcio femminile in tutte le sue forme, dalle bambine alle professioniste.
Il ministro ha detto due volte “no” e, a quel punto, l’unica possibilità per non azzerare il sostegno alle dilettanti (che sono circa 45.000, ovvero tutte le calciatrici dalla serie B in giù, è bene ricordarlo, rispetto alle circa 300 calciatrici professioniste) era sostenere un emendamento bipartisan, a testimonianza che anche la maggioranza ha sfiduciato il ministro su quel punto, che ha diviso in due le risorse: metà a testa. Due feriti, nessun morto. Purtroppo, aggiungo.
Perché il Partito Democratico difende, tutela, sostiene, cerca e cercherà soluzioni per dare più risorse al professionismo femminile (invitando le 9 società di serie A di calcio maschile a fare lo stesso e le 11 che oggi non lo fanno a farlo) e contestualmente non smetterà mai di difendere il diritto alla pratica sportiva di decine di migliaia di bambine e ragazze che, di diventare professioniste, continuano a sognarlo.
*Responsabile dipartimento Sport del Partito Democratico
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