La risposta della presidente del Consiglio Giorgia Meloni sulla politica estera italiana che ha come pilastri l’atlantismo e l’europeismo mostra una mancanza di prospettiva storica. Oggi la situazione è molto cambiata e gli attacchi americani all’Unione richiedono di decidere tra l’appiattimento al servilismo verso gli Usa o l’interdipendenza europea
Deludente. Non ci sono altri aggettivi per definire la conferenza stampa della presidente del Consiglio Giorgia Meloni. In particolare, deludente sulle questioni di politica internazionale se si afferma che la politica estera italiana è atlantismo ed europeismo ovvero, Nato e Unione europea, e che pure Sergio Mattarella è d’accordo.
Una prospettiva storica
Audace accostamento, che pecca di un po’ di prospettiva. Quando nel 1948-’49 emerse questo orientamento da parte dell’allora presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, l’Italia era appena uscita dalla Seconda guerra mondiale, le Comunità non erano ancora nate (sorse solo, nel 1948, quello strano forum europeista voluto da Churchill, che tuttora esiste, imbelle, che è il Consiglio d’Europa) e nell’aprile 1949 si strutturava il Patto Atlantico, che creò alla fine dell’anno la sua «organizzazione» militare, la Nato.
Quindi prima un pizzico di europeismo governativo, e poi l’atlantismo, con l’impareggiabile abilità di De Gasperi di giustificare il secondo usando l’esistenza del primo, e viceversa.
Il presidente Mattarella ha ereditato almeno in parte questo approccio retorico, ma non ha fatto mancare, anche di recente, gli accenti critici contro gli attacchi americani all’Unione europea; Meloni quindi non può sostenere acriticamente che la sua visione e quella di Mattarella coincidano e che l’atlantismo è ancora oggi una dimensione «naturale» della politica estera italiana, perché i fatti ci dicono che non lo è più.
Non si può fare finta di niente nei confronti delle vere e proprie aggressioni verbali che Donald Trump ha pronunciato negli ultimi mesi contro l’Unione europea e contro gli alleati – la Spagna in particolare – senza peraltro ricordare la vera e propria guerra commerciale che Trump ha avviato contro gli europei, poi rientrata in parte ma rimasta nell’aria come una vaga minaccia.
Invece la partecipazione all’Unione europea è, quella sì, un vincolo necessario e caratterizzante della nostra politica estera. Ma, di nuovo, possiamo fare finta di nulla rispetto agli attacchi che all’interno della stessa maggioranza di governo si levano contro l’appartenenza dell’Italia all’Unione? E possiamo ignorare il ruolo lievemente “disruptive”, come direbbero gli inglesi, che le posizioni di Meloni hanno avuto nei confronti del tentativo di creare una posizione comune verso gli Stati Uniti da parte di alcuni paesi dell’Unione?
La scelta
In definitiva, è un bel sogno tinto di malinconia affermare che la politica estera dell’Italia sia ancora tarata sulla sensibilità degli anni Cinquanta, che rendevano europeismo e atlantismo perfettamente compatibili e integrati. Oggi il problema – non solo dell’Italia – è che questa coincidenza non c’è più, e che bisogna fare delle scelte, difficili e complicate.
O a favore di una posizione subalterna, peggioramento del ruolo di «dining power» (la potenza da invitare solo a cena, per bellezza) che veniva assegnato all’Italia negli anni Settanta dalla diplomazia Usa, oppure cercare di integrarsi davvero con gli altri alleati europei, cercando di rendere l’Unione un soggetto in grado di esprimere una politica estera e di difesa integrata e comune, non solo sul piano militare, ma anche e soprattutto politico.
Questa è la scelta: il servaggio oppure la ricerca di un’autonomia nell’interdipendenza europea; come dire, essere un maggiordomo oppure un ingegnere. Con tutta la simpatia per i maggiordomi, soprattutto per l’insostituibile ruolo nei libri gialli, la storia l’hanno mandata avanti le invenzioni degli ingegneri, non le colazioni a letto.
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