Ognuno, di Francesco Guccini, ha la sua canzone. Il Maestrone è stato uno di quei cantautori che ha dato le parole a più di una generazione: la sua, quella che usciva dalla Seconda guerra mondiale e che poi è diventata quella delle lotte, ma anche quella successiva che con le sue canzoni ha imparato l’amore e la nostalgia, oltre alla battaglia per i diritti. E quella successiva ancora, per cui era già un mito che parlava una lingua quasi antica ma così moderna nel raccontare la vita e la morte.

Per molti, la sua canzone è stata La locomotiva, inno anarchico che ha invaso le piazze delle manifestazioni. Nella sua versione più lenta e con molte strofe, oppure più spesso nella cover dei Modena City Ramblers che la avevano accorciata e resa più veloce, a enfatizzare quel «Una locomotiva, come una cosa viva, lanciata a bomba contro l’ingiustizia». A lui era piaciuta quella versione di una canzone che aveva scritto in meno di un’ora e che, in effetti, gli sembrava fosse venuta troppo lunga.

Per altri, meno politicizzati o meno legati ai riti collettivi di piazza, Guccini ha saputo essere il cantore dell’amore: quello rabbioso di Quattro Stracci, quello incompreso di Vedi cara, quello improvviso di Autogrill. Ce ne sarebbero molte altre, ma nella sua vasta discografia ognuno sceglie quelle che più risuonano nel suo modo di vedere il mondo.

Stagioni

Guccini ha saputo soprattutto raccontare il mondo che lo circondava attraverso immagini e usi, ricordi suoi e di altri. Il cambiamento delle stagioni, le migrazioni, l’abbandono dei paesi di montagna per cercare fortuna altrove, la rivolta di una generazione che non riusciva a incarnare l’aspettativa che gli era stata messa sulle spalle.

Da ultimo, in fondo, Guccini è stato il cantore dei sentimenti, quelli più nascosti e anche quelli meno nobili. Per esempio l’ira per una stroncatura con L’Avvelenata, scritta contro un critico che aveva malgiudicato un suo disco, a cui dedicò l’incipit che meglio racchiude la frustrazione che ogni artista almeno una volta ha provato: «Ma se io avessi previsto tutto questo, dati causa e pretesto, le attuali conclusioni, credete che per questi quattro soldi, questa gloria da stronzi, avrei scritto canzoni». Cantata dal vivo una volta, divenne subito un classico e poi Guccini non la cantò più, perché col critico – Bertoncelli – aveva infine fatto pace.

Guccini, da schivo emiliano quale era, amava molto le osterie e le piazze e molto poco i palchi scintillanti: per nulla televisivo, non ha mai avuto bisogno di un Sanremo, e ha incarnato quell’Italia diversa, che era com’era non si vergognava delle sue idiosincrasie e del suo cattivo carattere.

La forza di un rito collettivo

Ora anche lui se ne è andato, a 86 anni e dopo quindici anni senza aver più preso in mano la chitarra. Eppure, non è servito che le sue canzoni le cantasse lui in concerto per mantenerle vive, per ricordarle e anche per impararle. Come succede solo a chi ha saputo toccare le corde giuste, le sue canzoni si conoscono senza bisogno di numeri di streaming né di radio: le hanno canticchiate come ninne nanne le mamme e ora le nonne; si continuano a sparare nelle casse delle manifestazioni, con in corteo giovani che quell’eskimo innocente sanno poco cosa sia, ma attraverso certe parole riscoprono la forza di un rito collettivo.

La sua «malinconia sottile», le «stoviglie color nostalgia» e quel «sorriso da fossette e denti» saranno sempre lì, chiusi in una nota e pronti per essere rivissuti da chiunque vorrà ascoltarli.

A sorprendere, della discografia di Guccini, è che c’è una canzone per ogni momento. Anche per la morte e per il ricordo ce n’è una, che è forse la miglior somma del cantautorato gucciniano perché ne racchiude tutti gli elementi. Amerigo, canzone che dà il titolo all’album del 1978 e racconta senza ritornelli né struttura da canzone popolare la storia del suo prozio Enrico, emigrato negli anni Dieci del Novecento in America e tornato poi sull’Appennino, soldi e giovinezza finiti, infine «un gioco di quei tanti che fa la vita».

Guccini lo racconta, quell’uomo che ricorda come vecchio sa sempre, che lui ignorava da adolescente. Solo crescendo si rende conto che, in fondo, quel vecchio è il suo specchio. La canzone si conclude quasi con un augurio: «Finché non verrà il tempo, in faccia a tutto il mondo, per rincontrarlo».

Ora anche per il Maestrone il tempo è venuto e ha lasciato la sua Pàvana. Noi continueremo a cantarlo, dalle piazze ai falò estivi, alle serenate.

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