Il 49 per cento degli italiani avverte più di una volta al mese un senso di vuoto o di mancanza di significato nella sua esistenza quotidiana. Una sensazione che sale al 55 per cento tra i giovani della Generazione Z e al 57 per cento tra i millennial. Resta alta tra le donne, con il 56 per cento, e sfonda ogni tetto nei ceti popolari, con un picco del 71 per cento
La modernità liquida, scriveva il sociologo Zygmunt Bauman, scioglie i legami che un tempo tenevano insieme i destini individuali e le trame collettive. Oggi, in quell’alone di nebbia che segue la dissoluzione delle grandi narrazioni, le persone si svegliano ogni mattina con una domanda sottratta allo sguardo altrui: con quale frequenza, nel susseguirsi dei gesti quotidiani, provo un senso di pienezza o di vuoto, di mancanza di significato esistenziale? E quanto avverto la vertigine di riconoscere che la mia vita ha preso la direzione che volevo? Due interrogativi la cui risposta non ci parla dei singoli, ma del telos della condizione epocale.
I dati
Il 49 per cento degli italiani avverte più di una volta al mese un senso di vuoto o di mancanza di significato nella sua esistenza quotidiana. Una sensazione che sale al 55 per cento tra i giovani della Generazione Z e al 57 per cento tra i millennial. Resta alta tra le donne (56) e sfonda ogni tetto nei ceti popolari (71). Da un punto di vista geografico Sud (52) e Isole (58) risultano essere le realtà in cui si avverte con maggiore intensità questo turbamento.
Il senso di vuoto e di mancanza esistenziale è alimentato, nel 35 per cento delle persone, da una dimensione di tristezza e rassegnazione per la direzione che sta seguendo la propria vita. Un verso che è percepito come non allineata alle speranze e alle attese (ai sogni) auspicate.
Una sensazione di direzione errata che colpisce le donne (38 per cento), le persone nella fascia generazionale intermedia, tra i 31 e i 50 anni (40 per cento), nonché quanti si auto-collocano nel ceto popolare (57 per cento) o che hanno un profilo scolare e istruttivo basso (39 per cento). È quanto emerge dalla recentissima ricerca realizzata dall’osservatorio Fragilitalia del centro studi di Legacoop e Ipsos.
Al fondo questa dimensione infragilita e di frustrazione non ci sono solo le dinamiche personali e individuali, le storie singole delle persone e le loro traiettorie esistenziali, ma vi è il portato profondo della contemporaneità, della società del consumismo sfrenato. Il 56 per cento del paese, la maggioranza assoluta delle persone, ritiene che la propria identità sia definita da ciò che consuma e possiede.
Una dimensione che cresce con l’aumentare della posizione sociale (è al 53 per cento nel ceto popolare e sale al 60 nel ceto medio) e segue un andamento crescente in base alla dimensione del centro in cui vive una persona: passando dal 55 per cento di quanti abitano nelle grandi città, al 63 per cento di chi vive nelle cittadine di medie dimensioni (tra i 30 e i 100mila abitanti).
Profondità e superficie
Ciò che i numeri raccontano è la storia di una società che ha barattato la profondità con la superficie, la comunità con l’aggregato di solitudini consumanti. Quella metà del paese che sperimenta più volte al mese il vuoto esistenziale non rappresenta una patologia individuale, ma il sintomo di una malattia collettiva: l’incapacità del paradigma contemporaneo di offrire orizzonti di senso che trascendano l’accumulo e il possesso.
Non è casuale che siano i giovani, le donne e i ceti popolari a portare il fardello più pesante di questo malessere. La società odierna, nella sua apparente democraticità, distribuisce le sue ferite con chirurgica ineguaglianza. Chi possiede meno risorse (economiche, culturali, relazionali) si ritrova più esposto ai venti gelidi dell’insignificanza, privo di quegli argini che il privilegio ancora riesce, seppur precariamente, a erigere.
Il tratto più inquietante resta incarnato in quella maggioranza di persone che riconosce nel consumo la fonte della propria identità. È qui che si chiude il cerchio vizioso: una società che ha elevato il possesso a metro dell’essere produce inevitabilmente vuoto, poiché nessun oggetto, nessun acquisto, potrà mai saziare la fame ontologica dell’umano. Siamo, in definitiva, testimoni e artefici di un tempo dalle passioni tristi, che ha dimenticato come si tesse il filo del significato condiviso.
Nota metodologica: indagine cawi realizzata da Ipsos per il centro studi Legacoop, su un campione di 800 maggiorenni residenti in Italia. Data di realizzazione fine aprile 2026.
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