Una sconfitta è una sconfitta. La puoi analizzare, giustificare, travestire da vittoria ma alla fine la realtà, soprattutto quella fatta di numeri, la restituirà al mondo per quello che è: una sconfitta. Matteo Salvini, Giorgia Meloni e con loro l’intero centrodestra hanno perso le elezioni amministrative appena concluse.

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Una speranza, flebile, è affidata a Enrico Michetti detto “Michetti chi?”, che tra due settimane affronterà il ballottaggio a Roma. Ma resta il fatto che il centrodestra per ora, nelle principali sfide, ha ottenuto una sola vittoria, scontata, alle regionali in Calabria. Peraltro con un candidato espressione di Forza Italia e quindi dell’anima più moderata della coalizione.

Siamo arrivati alla fine dell’èra del sovranismo? Qualcuno dice di no e rilancia: se Lega e FdI invece di darsi battaglia per la leadership del centrodestra («siamo il primo partito», dice Meloni) avessero scelto dei candidati all’altezza oggi avremmo raccontato un’altra storia. Non c’è possibilità di controprova.

Ma quando dei leader non sono in grado di produrre niente di meglio di un Michetti o di un Bernardo, quando quella (Meloni) che tutti consideravano come l’unica in grado di vincere già al primo turno nella capitale preferisce non “sporcarsi le mani”, è lecito avere qualche dubbio sulle capacità politiche di certi personaggi. Resta la domanda: il sovranismo è finito? I numeri delle urne raccontano una sconfitta, ma anche altro. Due esempi: Roma e Milano. Entrambe le città, come accaduto un po’ ovunque, hanno fatto segnare un calo dei votanti, quasi nove punti percentuali in meno nella capitale, quasi sette nel capoluogo lombardo. Nel 2016 i candidati del centrodestra alle comunali erano Meloni a Roma (ma la coalizione era divisa, con Forza Italia che al primo turno sosteneva Alfio Marchini) e Stefano Parisi a Milano.

Cinque anni fa Lega e FdI avevano ottenuto 218.670 voti nella corsa al Campidoglio e 71.510 in quella per palazzo Marino. E oggi? A Roma Fratelli d’Italia è il secondo partito dietro la lista Calenda sindaco, ha guadagnato il 5 per cento e, insieme alla Lega, ha ottenuto 236.841 voti. Poco di più di cinque anni fa. Certo, si dirà, Virginia Raggi e il M5s sono crollati e Meloni è riuscita a intercettare poco o nulla di quel voto di protesta. Ma il blocco sovranista non sembra aver perso troppo terreno rispetto alle precedenti elezioni.

Stessa situazione a Milano, dove a crollare è stata Forza Italia che nel 2016 esprimeva il candidato sindaco e che è passata da 101.802 voti a 31.819. Di questi poco più di 20mila sono finiti alla coppia Lega-FdI che passa da 71.510 a 92.172. Forse anche per questi risultati Meloni è l’unica a parlare apertamente di elezioni anticipate offrendo al Pd uno scambio tra le urne e l’elezione di Mario Draghi al Quirinale.

Probabilmente si tratta solo di tatticismi, ma Meloni sembra aver capito che il suo “momento magico” non è ancora finito. E che sarebbe meglio monetizzare subito che aspettare, magari puntando sulla possibilità che chi si è astenuto alle amministrative torni a votare alle politiche e scelga il centrodestra.

Sullo sfondo restano tutte le domande che in tanti si sono fatti in queste settimane: la destra populista può governare l’Italia? Che reazione ci sarebbe da parte delle istituzioni internazionali? Salvini e Meloni, che alternano prese di posizione istituzionali a slogan trucidi e oscure amicizie, possono legittimamente ambire a sedersi ai tavoli dei potenti? La risposta sembra inequivocabilmente no. Forse alla fine ci ritroveremo, come da profezia di Massimo Cacciari, con un centrodestra che nasconde tutte le sue nefandezze dietro alla faccia presentabile di Giancarlo Giorgetti.

L’impressione, però, è che la notizia della morte del sovranismo sia fortemente esagerata. 

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