Ernesto Galli della Loggia torna a parlare di scuola sulle pagine del Corriere della Sera e lo fa con i consueti toni allarmistici, descrivendo una scuola «invasa» da alunni stranieri e, in particolare, di fede musulmana. L’editorialista esprime la sua preoccupazione per una scuola che rischia di smarrire la sua identità e dove gli insegnanti non sarebbero in grado di gestire la disparità tra la cultura della scuola e le culture particolari degli studenti musulmani. La rappresentazione della scuola italiana che ne emerge è profondamente distante dalla realtà, tanto sul piano dei dati statistici quanto alla luce delle evidenze offerte dalla ricerca sociologica e pedagogica in ambito scolastico.

Rispondo qui sviluppando tre argomentazioni.

Non esiste alcuna invasione di alunni, purtroppo. Gli alunni con cittadinanza non italiana rappresentano l’11,6% della popolazione scolastica e le cittadinanze più numerose sono quella romena e albanese, paesi a maggioranza cristiano-ortodossa (dati Ministero, 2025). Due su tre studenti con cittadinanza straniera sono nati in Italia ma restano stranieri per il permanere di una legge desueta sulla cittadinanza. La presenza di questi alunni è distribuita in modo disomogeneo, con percentuali superiori in alcuni contesti urbani e dinamiche persistenti di segregazione scolastica incentivate dal recente decreto ministeriale (Scuola e Sport, n. 71/2024), che di fatto favorisce la concentrazione degli alunni neoarrivati nelle stesse classi.

Al netto di questi casi, però, non si può parlare di un’invasione di alunni stranieri, ancor più a confronto con gli altri paesi europei. Il vero allarme in Italia è un altro: negli ultimi dieci anni sono scomparse circa 3.000 scuole e molte altre rischiano di chiudere a causa del forte calo delle nascite di bambini autoctoni e stranieri. Non c'è alcuna invasione, ma un crescente e preoccupante spopolamento.

La Costituzione parla chiaro. Galli della Loggia evoca la carta costituzionale, ma evita di riferirsi ai suoi contenuti. La scuola è «aperta a tutti» recita l’articolo 34, traduzione operativa del principio di uguaglianza dell’articolo 3. È a scuola che alunni e alunne apprendono, insieme ai saperi, un principio democratico fondamentale: vivere insieme tra diversi è possibile, anche quando si proviene da famiglie con storie, lingue, condizioni socio-economiche, fedi religiose diverse. Un’esperienza che non si genera spontaneamente dal semplice convivere sugli stessi banchi, ma che è l’esito del delicato e complesso lavoro dei nostri insegnanti, veri e propri garanti della democrazia nel nostro Paese.

Affermare, come fa Galli della Loggia, che gli insegnanti sono «totalmente impreparati» per gestire classi plurali è l’ennesimo e indegno attacco alla loro professionalità. Nessuno oserebbe parlare così della categoria dei medici e degli ingegneri, con gli (o le) insegnanti invece sembra tutto possibile.

I valori (democratici) non si ereditano, si coltivano. Nel tempo storico drammatico che stiamo vivendo, i valori comuni sono sempre più fragili, su questo concordo con Galli della Loggia. Ma dobbiamo intenderci su quali siano effettivamente questi valori. La Costituzione parla chiaro anche su questo: rispetto delle diversità, tutela dei più fragili, emancipazione sociale, parità di genere, libertà religiosa. Si tratta di valori che, per restare vivi, hanno bisogno di essere praticati e condivisi, insieme alle nuove generazioni. Nessuna “deculturazione” in atto, come chiosa l’articolo, ma un profondo e significativo processo di acculturazione che avviene per via pratica attraverso un curriculum di studi (temi, saperi, programmi) e un curriculum nascosto (azioni degli insegnanti, vita in classe, scambi tra pari). La nostra scuola è una palestra di cittadinanza che prende vita quotidianamente, nonostante le fatiche di un sistema sottofinanziato e appesantito da vincoli burocratici e attacchi talvolta espliciti all’autonomia scolastica.

Parliamo (davvero) di scuola. È questa l’unica frase dell’articolo di Galli della Loggia che mi sento di condividere: quella contenuta nel titolo. Ma parlare davvero di scuola significa mettere al centro i suoi problemi reali, non additare e screditare categorie di alunni e insegnanti.

Oltre al già citato spopolamento, che ne mina le fondamenta, occorre denunciare il persistente precariato del personale docente, un sistema di reclutamento che non valorizza saperi e competenze ma si limita a tamponare, di volta in volta, le falle del sistema, stipendi indegni che non consentono agli insegnanti che si trasferiscono da Sud a Nord di sostenere il costo della vita nelle grandi città. Sarebbe anche onesto parlare della recente corsa agli armamenti, che sottrae ulteriori risorse a una spesa pubblica per l’istruzione già tra le più basse d’Europa.

Sono questi i temi che meritano la prima pagina. E sarebbe auspicabile affrontarli solo dopo aver varcato la soglia di quelle scuole di cui, con fin troppa disinvoltura, si parla.

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