I luoghi di lavoro sono un pericolo per le donne, soprattutto nel paese delle piccole e medie imprese, dove il potere è personale, poco vincolato da procedure, e sembra ribadire un ordine patriarcale: non è lo studio, non sono le competenze, non è l’autodeterminazione, a decidere è il capo (se vieni assunta, a quali condizioni, se fai carriera, quanto guadagni)
Il ricatto del lavoro. Secondo l’ultima indagine Istat (2022-2023), più di un milione ottocentomila donne hanno subito, nel corso della vita, molestie sul lavoro in Italia. Se alle molestie sommiamo i ricatti, il numero totale delle donne tra i 15 e i 70 anni che hanno subito molestie o ricatti per ottenere un posto di lavoro o un avanzamento di carriera sale oltre i due milioni. Sono dati che descrivono un fenomeno di genere: ad agire le molestie sono gli uomini, a subirle soprattutto le donne.
In uno studio di qualche anno fa, Francesca Bettio ed Elisa Ticci notavano come le donne più istruite subissero meno violenza nelle case, ma risultassero più esposte alle molestie sessuali negli spazi pubblici e nei luoghi di lavoro. Cambia la forma, ma il messaggio è sempre lo stesso: il potere è maschile e si esercita attraverso la violenza. Le molestie sono un’espressione del potere degli uomini sul mercato del lavoro, e questo è tanto più vero nel paese delle piccole e medie imprese, dove il potere è personale, poco vincolato da procedure, e sembra ribadire un ordine patriarcale: non è lo studio, non sono le competenze, non è l’autodeterminazione, a decidere è il capo (se vieni assunta, a quali condizioni, se fai carriera, quanto guadagni).
Fenomeno sommerso
Come succede per la violenza, le molestie rappresentano un fenomeno tanto esteso quanto in larga parte sommerso. Appena il 2 per cento denuncia. I motivi per cui non si denuncia sono diversi. Non si denuncia perché chi molesta ha un potere: quello sulle nostre condizioni materiali e sulle nostre prospettive individuali.
Non si denuncia anche per la cultura su cui poggia la violenza di genere: i pregiudizi per cui le donne sono responsabili di quello che gli accade nello spazio pubblico (che siano i luoghi di lavoro o le strade). Pregiudizi che minano la credibilità di chi le violenze le subisce, tanto che, molto spesso, i ricatti sessuali vengono raccontati come “una scorciatoia che usano le donne per fare carriera” e non come violenze, generando senso di colpa e vergogna nelle donne aggredite.
Allo stesso modo i comportamenti e linguaggi violenti contro le donne vengono normalizzati e considerati non rilevanti, invisibilizzandone le conseguenze. Secondo Istat, non si denuncia anche per mancanza di fiducia nelle istituzioni. Le donne hanno paura delle conseguenze di una denuncia: di essere sminuite e non credute pubblicamente, di esporsi inutilmente.
Con numeri così grandi, la possibilità di molestare si configura come un elemento rappresentativo del potere maschile sui luoghi di lavoro. Lo confermano le asimmetrie tra chi subisce molestie e ricatti e chi li agisce; infatti, a subire molestie sono soprattutto le donne più giovani ai livelli iniziali della carriera. Ad agirle sono soprattutto uomini con più potere di loro. In maniera speculare, per moltissime lavoratrici, le molestie sembrerebbero una vera e propria iniziazione al mercato del lavoro.
Il potere di ricatto
Ci sono alcune caratteristiche che rendono i luoghi di lavoro più pericolosi di altri per le lavoratrici, sono quelli dove le gavette sono più lunghe e maggiori le difficoltà di fare carriera, ambiti lavorativi contraddistinti da una scarsa qualità dei contratti, quelli dove la leadership è a prevalenza maschile. Sono quelli in cui il potere di ricatto è maggiore.
Parlando di violenza contro le donne, spesso diciamo che è un fenomeno “democratico” nel senso che non è circoscrivibile ad alcuni contesti o un tipo di uomo specifico. La stessa cosa vale per le molestie, pensiamo per esempio agli ambiti culturali, dove il potere di ricatto è fortissimo e probabilmente il motivo per cui in Italia non abbiamo avuto un vero #metoo, lo stesso motivo per cui facciamo fatica ad avere dati su quanto le molestie siano all’ordine del giorno nel cinema, nella ricerca, nei media, nell’arte.
Forse non è un caso se ad aprire squarci su quello che succede anche nei settori più progressisti – contesti in cui a volte denunciare è ancora più faticoso per via del prestigio pubblico degli uomini al potere – si ritrovano spesso voci collettive come quella dell’associazione Amleta nel teatro, o del collettivo di giornaliste Espulse e la loro indagine sulle molestie nelle redazioni.
Barbara Leda Kenny è esperta di politiche di genere della fondazione Brodolini
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