Il mercato, da solo, non seleziona necessariamente le tecniche più adatte allo sviluppo complessivo di un sistema economico. Da qui discende una giustificazione profonda dell’intervento pubblico: non come correzione marginale di fallimenti del mercato, ma come funzione essenziale di coordinamento e orientamento del cambiamento strutturale
Il dibattito contemporaneo sulla politica industriale è prigioniero di un equivoco teorico profondo: l’idea che l’economia tenda spontaneamente all’equilibrio e che il compito delle istituzioni pubbliche consista nel rimuovere gli ostacoli che impedirebbero al mercato di realizzarlo. Da questa impostazione discendono politiche dell’offerta, riforme strutturali, consolidamento fiscale e una concezione minimale dello Stato, ridotto a garante della concorrenza e della stabilità monetaria.
Eppure, lo sviluppo economico non è mai stato un processo armonioso; è un processo intrinsecamente instabile, segnato da squilibri strutturali, discontinuità tecnologiche, trasformazioni della domanda e riconfigurazioni profonde della struttura produttiva. Lo squilibrio non è una deviazione patologica dall’ordine economico, piuttosto la sua condizione.
Cosa significa sviluppo
Lo sviluppo economico non coincide con la semplice crescita quantitativa del prodotto. È un processo di trasformazione qualitativa dell’apparato produttivo che coinvolge tecnologie, organizzazione del lavoro, composizione settoriale, modelli di consumo e rapporti sociali, ed è inseparabile dalla dinamica della domanda effettiva. La domanda non è un dato passivo che si adegua automaticamente all’offerta: evolve insieme allo sviluppo, cambia composizione, incorpora nuovi beni e servizi, riflette mutamenti nei redditi e nelle aspettative.
Ogni innovazione rilevante modifica simultaneamente il lato dell’offerta e della domanda, generando squilibri che non possono essere riassorbiti meccanicamente dal sistema dei prezzi. In questo contesto, l’investimento assume un ruolo decisivo. Gli investimenti non sono solo una componente della domanda aggregata: sono il luogo in cui si materializzano le aspettative sul futuro, le scelte tecnologiche, le scommesse sulla trasformazione dei mercati. Attraverso gli investimenti si decide quali settori cresceranno, quali declineranno, quali competenze saranno richieste e quali no.
Il progresso tecnico è il principale motore dello sviluppo capitalistico, ma è anche la sua principale fonte di instabilità. L’innovazione non si diffonde in modo uniforme: è localizzata, settoriale, cumulativa. Produce vantaggi temporanei, distrugge attività esistenti, ne crea di nuove, altera i rapporti di forza tra imprese, territori e paesi. Contrariamente alla rappresentazione neoclassica, il progresso tecnico non è un fattore esogeno e neutrale.
È incorporato negli investimenti, dipende dalle aspettative, dalle istituzioni, dalla disponibilità di conoscenza e dalla capacità di apprendimento collettivo. Inoltre, modifica le combinazioni dei fattori, la struttura dei costi, la stessa natura dei beni prodotti. In un’economia attraversata da cambiamenti tecnologici rapidi e profondi, l’idea di una crescita equilibrata appare non solo irrealistica, ma teoricamente fuorviante.
Governare il processo
Se lo sviluppo è un processo squilibrato, la questione cruciale diventa quella del suo governo. Qui emerge il limite strutturale del mercato: le decisioni degli imprenditori sono prese in condizioni di incertezza radicale e senza conoscenza degli effetti macroeconomici complessivi delle proprie azioni. Ogni impresa agisce sulla base di informazioni parziali, guardando al proprio profitto, senza poter coordinare le scelte di investimento con quelle degli altri attori. Il risultato è una dinamica disordinata, che può produrre sovrainvestimenti in alcuni settori, sottoutilizzo della capacità produttiva in altri, strozzature tecnologiche, dipendenze dall’estero e crescenti disuguaglianze.
Il mercato, da solo, non seleziona necessariamente le tecniche più adatte allo sviluppo complessivo di un sistema economico. Da qui discende una giustificazione profonda dell’intervento pubblico: non come correzione marginale di fallimenti del mercato, ma come funzione essenziale di coordinamento e orientamento del cambiamento strutturale, cioè non può essere ridotta a un insieme di incentivi settoriali o a misure di sostegno temporaneo alle imprese. Essa è una politica di governo dello squilibrio. Serve a orientare gli investimenti, a costruire capacità produttive, a sostenere l’accumulazione di conoscenza, a ridurre le incertezze che bloccano le decisioni di lungo periodo.
Una politica industriale efficace interviene sulla composizione degli investimenti; sulla direzione del progresso tecnico; sulla formazione delle competenze; sulla struttura della domanda; sulle relazioni tra sistema produttivo e sistema finanziario. Lo Stato non è un attore esterno al mercato, ma un’istituzione interna al capitalismo, chiamata a stabilizzare e rendere socialmente sostenibile un processo che altrimenti tenderebbe alla disgregazione.
Rimettere al centro la politica industriale significa riconoscere che lo sviluppo capitalistico è un processo instabile e squilibrato. Significa abbandonare l’illusione dell’equilibrio e accettare la responsabilità politica del governo del cambiamento. Senza squilibrio non c’è sviluppo, ma senza istituzioni capaci di orientare lo squilibrio, il cambiamento si traduce in crisi permanente, polarizzazione e disuguaglianza sociale e declino produttivo.
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