Da quando è scoppiato il caso Qatargate al parlamento europeo, in tutta Europa si sono sprecati commenti in merito alla vicenda.

Di seguito trovate quattro “miti” da sfatare sulla questione, con alcuni rimandi alla letteratura accademica utili a chi intende comprendere più approfonditamente il tema.

Corruzione & Lobby

Corrompere e fare lobbying sono attività completamente diverse. Se un sindacato, un’azienda, un’associazione o un gruppo di cittadini avanza una richiesta (argomentata nel merito) a un decisore pubblico (parlamentari, ministri, o un qualsiasi funzionario pubblico) sta facendo lobbying (un diritto sacrosanto, protetto anche semplicemente come libertà di parola o “right to petition”).

Se elargisce denaro per “comprare” un voto o una decisione, quella è corruzione (ed è reato).

La differenza è netta. Mentre la corruzione altera una decisione, il lobbying è una parte fisiologica di qualsiasi processo decisionale svolto in una società pluralistica e democratica.

Regolazione

Per prevenire casi di corruzione, la regolazione del lobbying c’entra solo fino a un certo punto.

Si deve agire su conflitti di interesse, codice etico dei parlamentari, organi di vigilanza e whistleblowing.

Mentre molti ricordano (e hanno ragione) come sia importante regolare le attività di lobbying, occorre pensare che anche le regole più avanzate sul lobbying (come sono, pur con alcuni limiti, quelle della Ue) non prevengono eventuali casi di corruzione, proprio perché sono cose diverse.

Contro la corruzione (che può essere anche più sottile rispetto a quanto avvenuto con il Qatargate), sarebbe opportuno vietare i doppi lavori dei decisori pubblici e quindi eventuali conflitti di interesse diretti, implementare un codice etico che spieghi chiaramente ai decisori e ai loro interlocutori le modalità più appropriate e trasparenti di relazione, istituire organi di vigilanza in grado di monitorare e promuovere l’osservanza delle regole, anche agevolando il whisteblowing e la raccolta di segnalazioni su casi “sospetti”.

Il modo in cui la regolazione del lobbying c’entra fino a un certo punto riguarda il ruolo del denaro, perché con maggiori risorse è possibile avere dei vantaggi anche nelle attività di lobbying (per esempio pagando campagne di comunicazione, organizzando eventi, finanziando pubblicazioni o semplicemente disponendo di maggiori risorse umane); tuttavia, la distinzione concettuale continua a essere chiara, e ci porta al punto seguente.

Al di là di tutto, occorre regolare il lobbying e i processi decisionali, non “le lobby” o i lobbisti.

Assodato che la corruzione è una fattispecie diversa (così come il millantato credito), rimane il fatto che per consentire processi democratici non condizionati eccessivamente dalla disuguaglianza di risorse o di accesso (diseguaglianza che è un fatto ineliminabile del mondo politico), è importante regolare in modo efficace le attività di lobbying (certo non le “lobby” o i lobbisti, come pure autorevoli politici o presunti esperti sostengono).

Il fine non è punire o limitare (albi dei lobbisti), ma migliorare la qualità delle decisioni pubbliche.

Pertanto, si deve ragionare in chiave sistemica, guardando anche al modo in cui la politica si finanzia (scoop: per essere eletti e fare campagna elettorale servono risorse economiche), alle procedure di consultazione e ai canali di partecipazione dei diversi e molteplici gruppi nella società (compresi eventuali attori esteri), ragionando non solo in termini di trasparenza, ma anche di eque possibilità di partecipazione e di accountability sostanziale dei decisori rispetto alle decisioni prese

Prevenire la corruzione e migliorare la qualità delle decisioni pubbliche non è né di destra né di sinistra.

Comprendere questo, invece di usare singoli casi di cronaca per proiettare ombre generalizzate e sospetti sui propri avversari politici (gli “altri” sono sempre accusati di essere al soldo di qualche lobby), sarebbe utile per ragionare concretamente sul funzionamento della nostra democrazia.

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