Un appello alla presidente del Consiglio: non si limiti playback in cui i politici fingono di rispondere come musicisti che fingono di cantare. Venga piuttosto a incontrare i giornalisti in una prima serata mensile sul servizio pubblico
L’annuale conferenza stampa della presidente del Consiglio – organizzata dall’Ordine nazionale dei giornalisti e in programma nell’aula dei gruppi parlamentari della Camera – sarebbe un appuntamento tradizionale, ma si è guadagnato un rilievo straordinario nel calendario dell’informazione italiana. È infatti diventato, suo malgrado, uno dei pochissimi momenti, se non l’unico, nel quale il capo del governo accetta di sottoporsi “senza rete” alle domande di giornaliste e giornalisti, scomode o comode che siano, che vengano da testate amiche o no dell’esecutivo in carica.
La rarefazione delle interviste vere, è bene ricordarlo, è un malcostume che si è diffuso ben prima dell’arrivo a Palazzo Chigi di Giorgia Meloni. Lei ha avuto soltanto il merito, chiamiamolo così, di enunciarlo con schiettezza nel famoso fuorionda di Washington, ad agosto scorso: «Io non voglio mai parlare con la stampa italiana». Perché non sono un autentico «parlare con la stampa» le interviste accordate soltanto ai giornali vicini o ai talk show più accoglienti. Men che meno lo sono le raffiche di dichiarazioni autoprodotte che ogni giorno esponenti di maggioranza e di opposizione sciorinano dai tg, sottraendosi al rischio non solo della seconda domanda ma persino della prima. Parole precotte, frasi devitalizzate, che con l’informazione intrattengono una lontanissima parentela.
Un andazzo che, è evidente, squalifica il giornalismo, ridotto ad “alzare la palla” per consentire la schiacciata al politico di turno, o peggio ancora a fare da silenzioso reggimicrofono. Ma lo schiaffo all’informazione – e al connesso diritto dei cittadini ad avere notizie vere e non prodotti liofilizzati privi di sapore – non è la sola conseguenza negativa di questo rapporto malato.
A rimetterci non poco è anche la politica, la sua autorevolezza, la sua credibilità: perché è chiaro a tutti che non c’è vera politica in queste messe in scena, una sorta di playback in cui i politici fingono di rispondere come musicisti che fingono di cantare. È urgente dunque restituire verità al confronto tra politica e informazione, nel paese dove l’astensionismo è ormai maggioritario forse anche perché a quelle parole abbondanti ma artefatte non si può dare credito.
Allora, approfittando di questa breve finestra temporale in cui “domandare è lecito”, avanzo una proposta che riguarda la presidente del Consiglio, in nome del valore dell’informazione ma anche in nome del valore della politica, al quale certo Giorgia Meloni è sensibile: quella di immaginare un appuntamento periodico in prima serata su una rete Rai, con giornaliste e giornalisti del più diverso orientamento.
Oggi sembra una bizzarria, ma in effetti non sarebbe che la riproposizione di un classico tv: la “Tribuna elettorale” moderata da Jader Jacobelli. I leader partecipavano senza la pretesa – che allora sarebbe suonata indecente – di scegliersi i giornalisti da cui farsi intervistare, e la stoffa politica di molti di loro reggeva ottimamente alle domande più insidiose. Perché non provarci anche oggi, ovviamente nel rispetto della par condicio tra le forze politiche?
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