Quando si governa a lungo è sempre presente il rischio del paradosso. Il caso del centrodestra in questi anni non fa eccezione.
Meloni era arrivata nel 2022 a Palazzo Chigi con un profilo euroscettico, ma saldamente ancorato all’atlantismo. Una linea coerente nella sua semplicità: meno Europa come vincolo esterno, più America come garanzia strategica. Oggi, tuttavia, il quadro si è rovesciato. Le emergenze — energetica, militare, geopolitica — hanno progressivamente spinto il baricentro della sua azione verso Bruxelles, mentre il rapporto con Washington si è fatto più sfumato, se non ambiguo e a tratti freddo.

La crisi energetica, aggravata dal blocco di Hormuz e dalla conseguente instabilità dei mercati, ha reso evidente un dato strutturale: nessuno Stato europeo, men che meno l’Italia, dispone degli strumenti per affrontare autonomamente shock di questa portata. Da qui la ricerca di un’Unione europea più presente, da sfruttare come ammortizzatore della crisi. Meloni, che aveva costruito parte della sua ascesa elettorale fino all’arrivo al governo sulla critica ai vincoli europei, si trova ora a rivendicare risultati ottenuti proprio dentro quelle istituzioni: flessibilità sui conti, margini di spesa per la transizione energetica, apertura a politiche comuni nel settore della difesa.
Non si tratta semplicemente di pragmatismo. È un mutamento di postura politica. L’Europa, da limite, per la premier è diventata risorsa; da vincolo esterno, leva negoziale.

Non importa che Meloni non lo rivendichi in modo aperto e che rifugga ancora dal voler passare da europeista, sono i fatti a rendere questo percorso sempre più evidente. La richiesta di deroghe ai parametri di bilancio non è più letta come strumento di lotta politica contro gli euroburocrati, ma adattamento necessario a una fase segnata dall’intreccio tra sicurezza energetica e difesa. In questo senso, Meloni si inserisce pienamente nella traiettoria di europeizzazione delle politiche nazionali che aveva in passato contestato. La premier ha persino accettato, come cuscinetto economico di fronte alla crisi energetica, di investire di più in tecnologie green, spesso avversate dalla destra.
Più complesso è il versante americano. La relazione privilegiata con la Casa Bianca si è progressivamente indebolita. La presa di distanza da Donald Trump dopo l’attacco in Iran ha segnato una scelta di cautela per preservare il consenso, ma anche la rinuncia a una sponda politica che, fino a poco tempo prima, era stata rivendicata come caratterizzante. Al tempo stesso, l’Italia appare esitante nell’adeguarsi alle richieste statunitensi in materia di spesa per la difesa: gli impegni Nato restano formalmente confermati, ma la loro attuazione è rinviata e diluita. La fatica dell’Italia sull’aumento degli investimenti in difesa è ciò che rende più freddo il legame con Washington. Meloni ha spesso rivendicato il legame occidentale ma, agli occhi degli americani, si è tirata indietro sul sostegno all’intervento in Iran e combina troppo poco sul piano militare.
Significativa, di riflesso, è la questione del rapporto con la Cina. Pechino mantiene infatti una presenza rilevante in un nodo strategico come CdP Reti, con un patto parasociale che a novembre dovrebbe essere rinnovato in modo tacito come confermato di recente dalla società. Questo dato non è soltanto economico, ma politico: segnala la difficoltà di disimpegnarsi da relazioni costruite nel tempo, l’ingresso cinese in Cdp Reti risale al 2014, e l’ambiguità di fondo sulle questioni strategiche. In questo ambito, la linea del governo appare più attendista che assertiva, come invece vorrebbe la Casa Bianca almeno sulle aree strategiche. Anche sull’ingresso dell’Ucraina in Ue, che gli Stati Uniti caldeggiano per ragioni di garanzie politiche e di sicurezza che devono essere date principalmente dai paesi europei invece che da Washington, Meloni si mostra tiepida e temporeggiatrice.
Il risultato è una politica estera che si muove su due registri non sempre coerenti. In Europa, Meloni ha scelto l’integrazione negoziata, accettando logiche e strumenti che un tempo criticava. Sul piano atlantico, invece, ha ridimensionato le ambizioni iniziali, adottando una postura prudente, talvolta oscillante, che riflette i limiti materiali del paese più che una strategia definita.
Questo doppio movimento non è privo di razionalità politica, ma il rischio è che la cautela si traduca in una perdita di riconoscibilità: una destra indistinguibile dalla tecnocrazia europea e un alleato americano con cui si negozia come media potenza riluttante. Il problema dei paradossi in politica è che prima o poi i nodi vengono al pettine. E possono manifestarsi in due modi: o con una sanzione elettorale da parte di elettori delusi oppure con una navigazione più difficile dell’ambiente internazionale sul piano diplomatico.

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