Ci sono almeno tre elementi che oggi dovrebbero spingerci a fermarci e riflettere, seriamente, su come prenderci cura della crisi educativa, della povertà educativa e della fatica crescente che attraversa la scuola.

Di fronte a fatti gravi e dolorosi che hanno colpito quella che per tutti noi è sempre stata la “sacralità” della scuola — pensata come spazio protetto, inviolabile, lontano dalla violenza — forse è arrivato il momento di smettere di parlare solo di emergenza e tornare a riconoscere l’urgenza educativa come questione centrale del nostro tempo.

La scuola oggi è spesso vittima di ciò che inevitabilmente si porta dentro: fragilità familiari, modelli culturali superficiali che attecchiscono proprio dove c’è più vulnerabilità, e una pervasività del mondo digitale che non risparmia nessuno, nemmeno chi ha maggiori opportunità.

Qui voglio ribadire un punto essenziale: il disagio giovanile si previene con un approccio educativo, integrato, comunitario. Serve rafforzare nella scuola strumenti veri di educazione alla cittadinanza: responsabilità, rispetto, convivenza, partecipazione.

Non come materie aggiuntive, ma come pratica quotidiana di vita insieme. La scuola è il luogo in cui si costruisce — concretamente — la cultura della legalità, della cura reciproca, dell’appartenenza. Non è questa la sede per aprire — anche se sarebbe indispensabile — il grande capitolo sul sostegno agli insegnanti su aspetti come: la burocrazia soffocante, la formazione poco efficace e dotata di scarsa intenzionalità, la sicurezza degli edifici generalmente trascurata, la relativa scarsità delle risorse economiche necessarie.

Ripensare la scuola non significa semplicemente aggiungere ore. Significa restituirle una missione più ampia. Il tempo pieno, ad esempio, non è un servizio accessorio: è uno degli strumenti più potenti contro le disuguaglianze. Arte, musica, sport, teatro, volontariato, laboratori creativi non sono “extra”. Sono competenze di vita: empatia, cooperazione, creatività, senso civico. Sono ciò che contrasta la dispersione scolastica, ancorché in lieve riduzione, l’isolamento e la devianza. Sono anche il modo per evitare che la società digitale diventi l’unica presenza quotidiana accanto ai più giovani, prendendo il posto della comunità educativa, delle relazioni reali, del desiderio di conoscere e imparare.

Allo stesso modo, il calo demografico non può diventare un’occasione di risparmio sul personale scolastico. Al contrario: classi meno numerose dovrebbero permetterci di investire di più sulla qualità educativa, sulla personalizzazione dei percorsi, sulla relazione. Dobbiamo superare un’organizzazione scolastica pensata per una società che ormai non esiste più, mentre le famiglie vivono ritmi di lavoro completamente cambiati rispetto ai decenni passati.

E soprattutto dobbiamo smettere di lasciare alla sola scuola tutto il peso educativo. Quando comuni, associazioni, famiglie, scuole lavorano insieme nascono esperienze preziose: scuole aperte oltre l’orario curricolare, patti educativi territoriali, spazi che diventano poli civici e culturali, veri presìdi di comunità.

Qui lo Stato ha una responsabilità chiara: sostenere con risorse adeguate i progetti educativi, di prevenzione e inclusione che ogni giorno i territori portano avanti. Le misure di controllo devono restare eccezionali, mirate, motivate. Se diventano routine, rischiano di trasformare gli ambienti educativi in luoghi di sospetto, snaturando la loro funzione. La strada, invece, è quella del gioco di squadra: comuni, scuole, comunità educanti, servizi sociali, prefetture, forze dell’ordine. Per costruire insieme sicurezza, inclusione e qualità della formazione.

Perché la crisi educativa non si esaurisce con telecamere e procedure. Si cura con relazioni, tempo, comunità, fiducia e responsabilità condivisa.

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