«Credo che il Parlamento in Italia sia il bubbone pestifero che avvelena il sangue della Nazione. Occorre estirparlo». Il proposito è di Benito Mussolini, quando nel 1911 sul Popolo d’Italia perorava la causa neutralista. Iniziò a realizzarlo undici anni dopo. «Potevo fare di quest’aula sorda e grigia un bivacco di manipoli: potevo sprangare il parlamento e costituire un governo esclusivamente di fascisti, ma non ho, almeno in questo primo tempo, voluto».

È il “discorso del bivacco”, il 1922, e Mussolini presenta alla Camera la lista dei ministri. Un insieme di minacce velate ed esplicite, di irriverenza, assenza di rispetto, alterigia e fastidio. Idiosincrasia tipica degli «uomini della provvidenza», dei capi, degli aspiranti dittatori.

Con l’approvazione della legge elettorale Acerbo nel 1923, le elezioni del 1924 si svolsero in un clima di violenza e di intimidazione degli elettori, di brogli, tutte questioni che il giovane deputato socialista Giacomo Matteotti denunciò in aula, firmando così la sua condanna a morte voluta dal duce.

La revisione costituzionale del 1925, le leggi “fascistissime” e un continuo ma radicale cambiamento dell’ordinamento statuale condussero all’abolizione della Camera dei deputati e all’istituzione della Camera dei fasci nel 1939. Insomma, il parlamento quale fastidioso interlocutore, petulante controllore e imbelle organo che rallenta la marcia del governo, costretto a negoziare con gruppi, partiti, singoli.

Un orpello di cui fare a meno. Un feticcio romantico da sempre inviso ai potenti, ai capi pro tempore che vedono nel bilanciamento tra istituzioni un freno alla propria ambizione e bramosia di potere.

Antidemocratici

Gli antidemocratici e gli aspiranti dittatori rivolgono sistematicamente attacchi al parlamento, non solo di natura fisica, ma anche in chiave politica e culturale. Ne sviliscono il ruolo, riducono le prerogative e i poteri, li delegittimano in quanto istituzione e sminuiscono la funzione rappresentativa scagliandosi contro i deputati (e/o senatori).

Charles de Gaulle (l’homme qui fut la France, Romain Gary) lamentava la palude partitica francese, i presidenti Usa in caso di governo diviso attaccano gli avversari rei di bloccare l’attuazione del programma, i capi di governo sovente deplorano l’intralcio che il legislativo pone nei confronti delle loro azioni. Strali che l’esecutivo rivolge anche al partito o ai partiti che lo sostengono in parlamento, qualora emerga un numero di richieste ritenute eccessive o dilatorie.

Da qui i tentativi di tacitare le camere, la riduzione del numero di parlamentari, l’introduzione del monocameralismo, il tutto in una concezione funzionalista ove semplificare prevale sulla complessità propria delle società democratiche. La “governabilità” ha preso sempre più piede rispetto alla rappresentatività, e le decisioni da assumere in tempi “brevi” senza troppe discussioni hanno accelerato il passaggio alla democrazia del Capo, al rapporto diretto. La legge truffa del 1954 puntava anche a questo. Ma anche Napoleone III.

Estrema destra in Italia

La destra estrema oggi al governo in Italia prova a fare strame del parlamento: la decretazione d’urgenza ha raggiunto picchi mai eguagliati nonostante i vari richiami – formali e informali – del Quirinale. Il 55 per cento dell’azione legislativa di questa legislatura risulta quale conversione di decreti (era il 33 per cento per i governi Conte e Draghi), con una media di quasi 4 decreti approvati mensilmente (3 per Draghi e Conte). Con questi ritmi, l’esecutivo della presidente Meloni – ora sopra i 50 decreti – surclasserà presto il governo Berlusconi IV che ne approvò 80.

Dati che dimostrano quanto il parlamento sia da superare, nelle intenzioni dei governi, o quanto meno da scartare senza troppo indugiare. Peccato che senza conversione l’approvazione di norme di decretazione d’urgenza decada. Un tentativo è quello di estendere il lasso temporale di approvazione da sessanta a novanta giorni, ma il fascismo fece meglio, conferendo all’esecutivo la facoltà di approvare norme giuridiche senza che l’assemblea dovesse intervenire successivamente (legge 110 del 1926).

La legge del 1925 istituì la figura del “Capo del Governo Primo Ministro Segretario di Stato”, con accentramento di poteri rispetto all’esecutivo e al legislativo. Temi cari anche alle proposte di “riforma” in discussione. All’indebolimento dell’istituzione parlamentare contribuiscono la scarsa partecipazione, le poche presenze in aula e in commissione, un sistema elettorale fantasioso e la qualità media degli eletti. Ormai delegittimati e oggetto di sfiducia e rabbia.

Mussolini rivolgendosi ai deputati li chiamò “signori”, superando la forma di “onorevoli”, un atto di deferenza considerato inaccettabile. Meglio banalizzare, come fecero tutti i populismi: citoyens! E “deputato”, con il populismo qualunquista italiano.

A titolo esemplificativo ricordiamo l’edificante momento in cui il deputato La Russa insultò il presidente della Camera: «Onorevole La Russa, non glielo consento», bofonchiò Fini poco convinto.

Fucilare i deputati nella schiena

Mussolini fu più esplicito e coerente: «Quanto a me, io sono sempre più fermamente convinto che per la salute d’Italia bisognerebbe fucilare, dico fucilare, nella schiena, qualche dozzina di deputati e mandare all’ergastolo un paio almeno di ex ministri».

Anche questo Mussolini fece. Nel 2024 il clima antipolitico e antiparlamentare soffia ancora forte, ed è emersa anche qualche pistola.

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