Rappresentanti istituzionali del centrodestra fanno a gara a solidarizzare con il gioielliere, in realtà ne hanno fatto l’oggetto passeggero della loro strumentalizzazione elettorale. Sanno di averlo tratto in inganno: quando il clamore mediatico intorno al suo caso si sarà spento, Roggero rimarrà in carcere e le sue parole prima di entrare – pronunciate forse anche sulla spinta del sostegno politico – rischiano di pesare sulla valutazione di grazia, che in ogni caso non è un iter immediato
Un proverbio della saggezza popolare che mette in guardia dal falsi amici dice: «Dagli amici mi salvi Iddio, che dai nemici mi salvo io». L’onda mediatica ha travolto la carcerazione del gioielliere Mario Roggero, eppure la conclusione del processo non lascia dubbi a chiunque con un minimo di oggettività abbia visto il video di lui che insegue i due rapinatori e gli spara alle spalle.
Impossibile configurare la legittima difesa e non l’omicidio volontario, la cui pena è stata mitigata rispetto al minimo di 21 anni previsto dal codice (la condanna definitiva confermata in Cassazione è stata a 14 anni e 9 mesi) perché i giudici hanno riconosciuto l’attenuante generica per aver parzialmente risarcito il danno e l’attenuante specifica della provocazione. I tre gradi di giudizio si sono conclusi in cinque anni: se parlare di successo in un caso così sciagurato è improprio, si può dire che la macchina della giustizia ha funzionato.
Eppure, il circo mediatico della propaganda politica ha subito scelto questo caso come esemplare di qualcosa: non del fatto che la richiesta di maggiore sicurezza in Italia sia giustificata, ma che debba esistere il diritto di reagire fino anche ad ammazzare chi ci fa un torto, pur grave.
Il tutto sulla base dell’assunto emotivo che, se si ferma un passante e gli si chiede se solidarizza col gioielliere o con i ladri, è probabile che stia con il primo. Per nulla strano – l’occhio per occhio affonda ben più indietro nella storia del proverbio sui falsi amici – ma anche la ragione per cui è lo Stato a dare giustizia e non la vittima, che inevitabilmente vorrebbe vendetta.
Invece, il vicepremier Matteo Salvini e una schiera di altri esponenti politici che attualmente ricoprono ruoli istituzionali hanno soffiato sul fuoco dell’ira populista, muovendosi in modo inconsulto per chiedere la grazia prima ancora delle motivazioni della sentenza, urlando sui social enfatica indignazione e addirittura depositando un disegno di legge per riscrivere la legittima difesa eliminando il principio che la giustifica come scriminante: la proporzionalità tra offesa e difesa.
La strumentalizzazione
Fanno a gara a solidarizzare con Roggero, in realtà ne hanno fatto l’oggetto passeggero della loro strumentalizzazione elettorale. Perché, per quanto fingano di indignarsi, la grazia si concede per ragioni di umanità e non con la motivazione suggerita in un’intervista dal ministro della Giustizia Carlo Nordio: «Pena e risarcimento ci sembrano esagerati». L’istituto non è un quarto grado di giudizio e tantomeno è il correttivo politico a una sentenza. Di più: ha come requisito il ravvedimento del reo, mentre il furor di popolo aizzato dal centrodestra ha convinto Roggero che fosse una buona scelta andare in televisione a rivendicare il suo gesto e sfidare il Quirinale prima di entrare in carcere.
Nessun biasimo per Roggero: l’imputato è sempre la parte debole in ogni processo penale perché davanti ha lo Stato, e ha diritto a difendersi con ogni arma ritenga valida. Molto biasimo, invece, dovrebbero sentirsi addosso quei politici che sanno di averlo tratto in inganno: quando il clamore mediatico intorno al suo caso si sarà spento, Roggero rimarrà in carcere e le sue parole prima di entrare – pronunciate forse anche sulla spinta del sostegno politico – rischiano di pesare sulla valutazione di grazia, che in ogni caso non è un iter immediato. Quanto ai primi permessi premio, potranno arrivare dopo l’espiazione di un quarto della pena. La semilibertà dopo la metà. Forse l’età potrà aiutarlo nell’ottenere i domiciliari.
Queste, del resto, sono le regole e lo slogan di moda solo fino a qualche settimana fa era «certezza della pena», che spesso con questo governo è andato a braccetto con il loro aumento. La legge tutela tutti se è generale e astratta e non è soggetta ai venti di uno stato d’eccezione fondato sulla temperatura politica. Far credere che la condanna sia modificabile sulla base dell’emotività popolare non aiuta in alcun modo Roggero, il quale passerà l’estate nel carcere di un paese che ha in questi luoghi la sua costante e vera emergenza democratica. Gli unici a beneficiarne sono i suoi falsi amici, cinici abbastanza da incassare così facile consenso per i sondaggi dell’estate.
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