Il piano A è fallito. L’idea di trasformare d’incanto del partito di Grillo in un partito normale guidato da Giuseppe Conte è evaporata. Era ottimistico pensare che andasse diversamente. Il piano B, un partito di Conte a fianco e in concorrenza con i Cinque stelle, rimane nel cassetto ma è depotenziato dalla prima mossa falsa. Ora, in sostanza, il quesito di fondo intorno a cui ruotano i tormenti di contiani e grillini è se esista un piano C: trovare un modo per convivere e combattere dentro lo stesso contenitore. Cosicché, come in un gioco dell’oca impazzito, si torna a parlare di norme statutarie da riformare.

Potere interno

In effetti gli statuti, come le costituzioni, servono anche a questo: a regolare la convivenza tra linee politiche e ambizioni personali in contrasto. Il problema dei Cinque stelle è che finora le regole sono state sempre riscritte per codificare la mappa del potere interno definita un attimo prima tra i protagonisti del momento, come in una sequenza di colpi di stato (o di teatro), invece che per civilizzare il conflitto tra dirigenti e leader che si alternano, come nelle democrazie liberali.

Pare si sia persa memoria che lo statuto dei Cinque stelle è già stato radicalmente modificato non solo tra il 2016 e il 2017 ma anche pochi mesi fa, a valle del simil-congresso denominato – nel lessico del piccolo rivoluzionario grillino – Stati Generali. Lo statuto del 2017 fu concepito in accordo tra Davide Casaleggio e Luigi Di Maio. Il fondatore diventava Garante, mentre molto ruotava intorno alla figura del capo politico.

Per dare un’idea, la parola “Capo Politico” (sempre con iniziali in maiuscolo) compariva 38 volte, la parola Garante 31.

La riforma approvata in via definitiva con il voto degli iscritti il 17 febbraio 2021 ha sostituito il Capo Politico con un Comitato Direttivo di 5 persone, un numero esattamente pari ai componenti del Direttorio, quello che nella Francia del 1795 fu creato per superare il Termidoro dopo l’uccisione del tiranno-Robespierre. In entrambe le versioni, all’articolo 1, è stabilito che «gli strumenti informatici attraverso i quali l’associazione» svolge le consultazioni degli iscritti «saranno quelli di cui alla cosiddetta piattaforma Rousseau, mediante appositi accordi da stipularsi con l’associazione Rousseau».

Prima del 2017, vigeva il “non statuto” nel quale il potere assoluto di Grillo era inequivocabile: «La ‘Sede’ del “MoVimento 5 stelle” coincide con l’indirizzo web www.beppegrillo.it» (articolo 1); «Il nome del MoVimento 5 stelle viene abbinato a un contrassegno registrato a nome di Beppe Grillo, unico titolare dei diritti d’uso dello stesso» (articolo 3). Ora, dopo avere chiesto a Giuseppe Conte di proporre un ulteriore restyling, dopo averlo affossato e avere ordinato l’attuazione delle norme approvate in febbraio – quelle che prevedono l’elezione del comitato direttivo –, Grillo ha dato al “comitato dei sette savi” lo stesso mandato.

Siamo quindi non solo al gioco dell’oca ma anche al cane che si morde la coda. La storia passata rende abbastanza improbabile che il piano C possa funzionare. È abbastanza inverosimile che riesca a darsi regole di convivenza mutuamente accettabili tra parti in conflitto una organizzazione in cui le regole non hanno mai contato niente, potendo essere alterate e manipolate in qualsiasi momento dal fondatore o con il suo assenso, per codificare l’equilibrio di potere su cui di volta in volta ci si è accordati in qualche segreta stanza salvo poi legittimarlo con la votazione plebiscitaria sulla piattaforma Rousseau. Se i sette savi ci riuscissero, sarebbe un miracolo e una svolta. Se no, più probabilmente, l’ennesima perdita di tempo per passare il cerino.

Implicazioni prevedibili

Una postilla. Si discute in questi giorni, con sovrabbondanza di commenti, sull’impatto che lo scontro nel M5s potrà avere sul governo Draghi e l’alleanza allargata di centrosinistra. Francamente non capisco. Il governo Draghi sarebbe in pericolo solo nella assai improbabile ipotesi che Grillo decida di mettere quel che sarà rimasto dei Cinque stelle in mano a Di Battista. Mentre l’alleanza Pd-M5s era stata già indebolita quando i capicorrente dei due partiti hanno lasciato che Renzi affondasse il Conte 2 dopo avere minacciato elezioni anticipate senza avere il coraggio di affrontarle, con l’obiettivo di allungare la legislatura e partecipare alla scelta del prossimo inquilino del Quirinale. Era ovvio già allora che si stava offrendo al centrodestra una vittoria a mani basse nelle elezioni parlamentari immediatamente successive. I pasticci degli ultimi giorni sono solo una delle prevedibili implicazioni di quella scelta.

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