Quella dell'Italia nel Novecento è una storia contraddistinta da fattori, caratteri e processi storici peculiari che hanno finito per fare del nostro paese un punto di osservazione tanto singolare, nella sua specificità, quanto indispensabile per la comprensione di fenomeni più generali che hanno informato il «secolo breve». Tra questi figura la nascita del fascismo come «regime reazionario di massa» capace di coniugare «l'autobiografia della nazione» avvertita da Piero Gobetti con il «sovversivismo dall'alto delle classe dirigenti» colto da Antonio Gramsci. Un altro tratto italiano certamente eterodosso si registrò alla fine del Novecento con la caduta del muro di Berlino cui coincise il collasso (caso unico in Europa occidentale) dell'intera «Repubblica dei partiti» e del sistema politico che aveva fondato la democrazia dopo la Seconda guerra mondiale.

Un ragionamento d'insieme, capace di affrontare i nodi controversi e drammatici di ciò che questi due punti cardinali comprendono, è quello offerto dall'importante nuovo volume Storia dell'altra Italia (Laterza) scritto da Enzo Ciconte, storico delle organizzazioni criminali, già deputato alla Camera e consulente delle commissioni parlamentari antimafia. Il libro restituisce, nei suoi molteplici significati, quel composito fenomeno eversivo (fatto di stragi, tentativi di colpo di Stato, attentati, covert operation) che rimase incistato, all'ombra della Guerra Fredda, nel corpo del nostro Paese fino agli anni Novanta, ponendosi come nemico dichiarato della Costituzione.

Ciconte si misura con passaggi decisivi, proponendo una lettura documentata e -come insegna Fernand Brodel- centrata su un tempo di «lunga durata», consapevole del fatto che solo questo tipo di storia sia in grado «di far emergere dall'oscurità o dalla penombra tendenze e persistenze» altrimenti ignorate o non comprese. Ciò non significa indulgere in interpretazioni che tengano forzosamente legati in un univoco sviluppo accadimenti anche molto diversi tra loro e separati da anni o addirittura decenni di distanza. Significa costruire un orizzonte di senso a quei fatti ed è questo il cuore del lavoro di Ciconte. L'autore attraversa le contraddizioni della transizione dal fascismo alla Repubblica segnata dalla «continuità dello Stato» (la persistenza nelle istituzioni di uomini che avevano servito Mussolini nonché di leggi e codici della dittatura) e da quell'altezza cronologica muove fino alle stragi del 1992-1993 che portano, con la fine della Guerra Fredda, il Paese in una nuova fase.

Il nodo storiografico resta quello dei conti con la vicenda che Ciconte racconta. Quella che battezza l'alba della Repubblica con la strage di Portella della Ginestra manifestando da subito l'esistenza di una guerra non ortodossa contro un «nemico interno» incarnato dal Pci considerato «quinta colonna» dell'Urss. Una guerra che deflagrerà a partire dalla fine degli anni Settanta, quando la Costituzione cominciò a prendere forma sotto la spinta dei movimenti operaio, studentesco e femminista (Statuto dei lavoratori, divorzio, regioni, pensioni, sistema scolastico, referendum, aborto, servizio sanitario nazionale) e quando, di contro, corpi politico-sociali ed economico-militari retrivi si proposero con le bombe il recupero di ciò che andavano perdendo sul piano della democrazia conflittuale.

Un percorso lastricato di caduti che trova, insieme alle persone in carne ed ossa uccise a Piazza Fontana, Piazza Loggia, sul treno Italicus o alla stazione di Bologna, la sua principale vittima nella Costituzione definita una «trappola» da Mario Scelba in quanto spazio democratico pericolosamente aperto ai comunisti. È questa valutazione la cornice ideologica di una postura regressiva di parte consistente delle classi proprietarie nei confronti della Carta del 1948. Lo stesso intendimento spiegato dal generale Mario Arpino in commissione stragi nel 1998: per i militari italiani e della Nato ancora negli anni Ottanta «a torto o a ragione» un terzo del Parlamento [il Pci] era «il nemico». Così si inquadrano alcuni elementi di fondo non solo della finalità della politica delle stragi ma anche del suo evolversi durante le diverse fasi che la caratterizzarono. Divengono così leggibili fenomeni come il comporsi di ambiti di potere economico-finanziario e politico-istituzionale polimorfi, irregolari e «sovversivi dall'alto».

Formati da alta finanza e mafia; politica ufficiale e neofascismo; ambiti militari e industriali; intelligence italiana e atlantica. Un agglomerato spurio di interessi che troverà vere e proprie camere di compensazione, ad alta carica eversiva, come la loggia massonica P2 e che riemergerà nell'ultima transizione degli anni Novanta con le stragi di non sola matrice mafiosa. È all'interno di questa complessa ma non «misteriosa» storia che l'autore ci accompagna portandoci sull'uscio di verità che, un tempo indicibili, esprimono oggi tutto il loro gravoso peso nella realtà del tempo presente.

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