Il film rappresenta un’impresa parecchio azzardata: ma risulta riuscita, in sostanza, e anche piuttosto bene. Chalamet ha reso Dylan per quel che effettivamente era, in quegli anni. Un divo, di enorme popolarità, ma irriducibile alle logiche dello show business
Ho visto A complete unknown con qualche giorno di anticipo sull’uscita in Italia (sono in Australia). Confesso che mi aspettavo una delusione. Gli spezzoni che erano circolati e il trailer non mi avevano entusiasmato. Io poi, di Dylan, sono appassionato da tutta la vita, irrimediabilmente (ho chiamato come lui anche il mio cane), mi considero quindi un buon conoscitore del più grande cantautore di tutti i tempi: temevo, anzi ero quasi sicuro, che non avrei ritrovato il «mio» Dylan nel personaggio che sarebbe venuto fuori, come spesso accade per i propri idoli quando finiscono nelle mani di altri (di chiunque), specie poi in produzioni tanto ambiziose e dal forte appeal commerciale.
Ma soprattutto, la delusione era nell’aria perché, diciamoci la verità, A complete unknown è un film per certi versi coraggioso. Dato che non è certo il primo del genere. E deve vedersela con due capolavori assoluti.
No direction home, di Martin Scorsese, del 2005, un documentario centrato quasi sugli stessi anni (giusto uno in più, arriva fino al 1966), realizzato da uno dei maestri assoluti del cinema mondiale (che nel 2019 avrebbe dedicato a Dylan anche Rolling Thunder Review, ambientato però dieci anni dopo). E poi I’m not there, di Todd Haynes, del 2007: un biopic, in questo caso, che copre tutta la vita di Dylan, interpretato da sei attori diversi, fra cui una donna.
E il film di Haynes non è un biopic normale: ma il più eccentrico, stravagante, immaginifico eppure accurato e fedele che io conosca. Non facile: chi sa poco di Dylan, o il giusto (quel che sanno le persone «normali»), guardandolo non ci capisce granché, perché a parte i salti nella trama il film è pieno di allusioni, peraltro non scontate, anche ai dettagli più minuti della vita del nostro (c’è ad esempio il Fellini/Mastroianni di 8 e ½: ma quanti sanno che l’edizione americana del disco Blonde on blonde, del 1966, contiene una foto poster di Claudia Cardinale?).
Chi invece ama Dylan I’m not there finisce per guardarlo e riguardarlo, come ho fatto io, perché riesce a cogliere continuamente chiavi di letture nuove, oltre che per la bellissima colonna sonora, un mix di gemme di Dylan e alcune cover fatte per l’occasione (un capolavoro è un capolavoro, in tutto). È chiaro quindi che per un fan di Dylan l’asticella, in quanto a biopic, è piuttosto alta.
Il Dylan di Chalamet
Ora, rispetto a I’m not there (malamente tradotto in Italia come Io non sono qui… mentre è Io non solo lì, ovviamente, e il senso è molto diverso, se non opposto), A complete unknown, questo lo si era capito dall’inizio, vuole fare l’esatto contrario: focalizzarsi su un solo periodo e raccontarlo per bene, in maniera lineare, senza sbalzi temporali, e con solo un attore a interpretare Bob Dylan; nel modo a lui più fedele possibile. Quasi un documentario, insomma, una specie di No direction home, ma con Timothée Chalamet al posto dell’originale: e che per giunta canta e suona lui, proprio lui, in presa diretta. Che coraggio! I presupposti per il fallimento c’erano tutti.
Con questi pensieri mi sono seduto una sera in un cinema della Tasmania, il primo giorno che ho messo piede nel continente australe. La prima sorpresa, anzi la meraviglia, è stata vedere che Timothée Chalamet è, nel film, veramente identico a Dylan, fin nei minimi dettagli, in ogni movenza. E anche nel mondo di cantare le canzoni, perfino con qualche tocco di suo (quando indugia sulla o di come, nell’ultima strofa di Song to Woody) eppure profondamente dylaniano. Il primo plauso, gigantesco, e la prima ragione per andare a vedere A complete unknown è proprio l’interpretazione di Timothée Chalamet, che credo rimarrà nella storia del cinema.
Tre universi
Ma non c’è solo questo. Mi ha colpito nel film il profondo rispetto, la correttezza e attenzione, nel trattare tre artisti come Joan Baez, Johnny Cash e Woody Guthrie. Anche qui, la sfida era difficilissima. Le possibilità di sbagliare giganteggiavano e io mi aspettavo più di un passo falso. Perché Joan Baez, Johnny Cash e Woody Guthrie non sono semplici personaggi di contorno della vita di Dylan, satelliti che ruotano attorno a un pianeta. Ma sono, essi stessi, ciascuno, un universo. Sono tre figure dalla straordinaria caratura sia artistica, sia umana. Ognuna di loro è un monumento della canzone e anche della cultura e della storia americane. E quindi meritavano la stessa attenzione che è stata dedicata a Dylan. Ebbene, a me sembra, il film riesce a rendere tutto questo. E io mi sono trovato (ma sarà l’età) quasi a commuovermi in alcune scene, ad esempio quelle con Woody Guthrie, dove davvero ero sicuro che il film non potesse reggere il confronto con I’m not there.
Mainstream e alternativo
Tutto ciò, va detto, al netto di diversi svarioni narrativi. Il più vistoso è forse quel Giuda gridato dal pubblico al Festival di Newport del 1965, mentre avvenne, come tutti sanno, un anno dopo, e in Inghilterra (chi vuole, può facilmente trovare online la scena originale, con Dylan in persona, dal documentario di Scorsese). Ma che cosa importa, in fondo? Lo spirito, il senso, è corretto: quel Giuda avrebbe potuto essere gridato anche lì, con la stessa risposta di Dylan (I dont’ believe you e poi, rivolto alla band, «suonate dannatamente forte»).
Quindi, cari puristi, non crocifiggiamo A complete unknown per qualche forzatura narrativa, che è inevitabile in opere di questo genere. Questo biopic era un’impresa parecchio azzardata: ma risulta riuscita, in sostanza, e anche piuttosto bene. Chalamet ha reso Dylan per quel che effettivamente era, in quegli anni. Un divo, di enorme popolarità, al pari dei Beatles e dei Rolling Stones, eppure irriducibile alle logiche dello show business. Che lottava disperatamente per rimanere umano e per seguire soltanto la sua ispirazione artistica. Il primo, in questo, fra le grandi star della canzone. E ancora oggi Dylan è entrambe le cose, a pensarci: mainstream e alternativo al tempo stesso. Chalamet e il regista James Mangold sono riusciti nel capolavoro di restituirci, intatta, questa duplice e unica natura di Bob Dylan.
PS. A proposito di divi del tempo (spoiler): manca, nel film, la descrizione del primo incontro fra Dylan e i Beatles, che poi è uno degli incontri più «stupefacenti» della storia della canzone mondiale. Avvenne proprio in quel periodo, nell’agosto 1964, in una stanza d’albergo a New York. Dylan arriva dai fab four (per i quali era «un idolo», parola di Paul McCartney) e gli fa provare per la prima volta l’erba. I cinque fumano e scherzano tutta la notte e anche i Beatles, di lì a poco, cambieranno molto. Ma questa è un’altra storia e la racconteremo magari un’altra volta. Per ora direi che va benissimo così.
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