Da quando hanno riconquistato il potere in Afghanistan, nel 2021, i Talebani perseguono una politica di censura nei confronti della musica e dei musicisti. Negli ultimi quattro anni le autorità hanno arrestato decine di persone accusate di produrre, trasmettere o semplicemente ascoltare musica. I funzionari talebani hanno inoltre ordinato ai proprietari di hotel in tutto il paese di vietare l’uso di musica durante eventi e cerimonie.

Per il regime la musica (e in generale l’arte) costituisce infatti un’attività degenere da proibire, fino al punto di eliminare dal sistema educativo le facoltà di belle arti. Si tratta di un divieto brutale che si aggiunge alle leggi che limitano la libertà di pensiero e di espressione e che si intreccia alle norme sempre più repressive nei confronti delle donne, trattate come mera proprietà dell’uomo.

Nelle ultime settimane è circolata la notizia del sequestro, nella provincia di Parwan, di numerosi strumenti musicali dei quali un comitato ristretto di talebani ha deciso la distruzione. Un fenomeno in crescita negli anni, che ha visto distrutti strumenti tipici della tradizione musicale afghana, anche quelli impiegati nella musica popolare. Uno “spettacolo” giustificato dall’applicazione della sharia.

I rifugiati  

Tanti uomini hanno dovuto rinnegare lavoro e passione per poter aver salva la vita. Molti di loro, dopo aver distrutto i propri strumenti, sono fuggiti in Europa o in America. È il caso di Waheedullah Saghar, direttore del dipartimento di musica dell’Università di Kabul e noto collezionista di strumenti. Secondo i dati di Index on Censorship, tra il 2024 e il 2025 sono stati distrutti circa 21.000 strumenti musicali, inclusi oggetti tradizionali come i tamburi tabla e il rubab, un tipo di liuto considerato strumento nazionale dell’Afghanistan.

L’istituzione che più si è impegnata a promuovere, diffondere e avvicinare alla musica negli ultimi anni è l’Afghanistan National Institute of Music (Anim), fondato nel 2010 per volere del musicologo e pedagogo Ahmad Sarmast con l’obiettivo dichiarato di offrire formazione generale e musicale – sia tradizionale afghana, sia occidentale – a prescindere da genere, condizione sociale o appartenenza etnica. Nel giro di pochi anni sono nati ensemble strumentali come Zohra (un’orchestra di sole donne) e Afghan Youth Orchestra, distintisi per qualità musicali e per il messaggio di speranza. Grande risalto mediatico ebbero i concerti del 2013 al Kennedy Center e alla Carnegie Hall di New York, che hanno avviato un inatteso sostegno internazionale.

Il successo suscitò l’ostilità del regime che negli anni mise in atto ritorsioni culminate nel 2014 con l’attentato suicida allo stesso Sarmast. Un’esplosione gli provocò numerose ferite alla zona temporale del cervello, quella deputata all’udito. In pochi secondi un musicista che sta dedicando tutta la sua vita alla musica perse il senso più importante. «Sei un musicista, vivi per la musica, e ora? – racconta Sarmast al Guardian – Ma quando sei tra la vita e la morte, sei felice di essere vivo».

Riconquistato il potere nel 2021, il movimento talebano prese il controllo dell’Anim, obbligando studenti e docenti a nascondere strumenti e materiali didattici. Per garantire protezione e continuità didattica, l’Anim si appoggiò a una rete di sostegno internazionale - tra cui il gruppo di supporto Friends of Anim - e trasferì con i suoi allievi la sede operativa in Europa, riprendendo attività e tournée dalla nuova base in Portogallo. Negli anni recenti il percorso della Zohra Orchestra e dell’ensemble giovanile è proseguito con tournée europee e appuntamenti istituzionali; tra questi, una tournée del gennaio 2024 in Germania e Svizzera, conclusasi con un’esibizione in apertura del Consiglio Onu per i diritti umani alla Victoria Hall; e, due mesi dopo, un tour nel Regno Unito che prese il via allo Southbank Centre, dopo un dibattito sui visti.

Oggi l’Anim indica come capisaldi la difesa del diritto alla musica per il popolo afghano, la trasformazione sociale tramite l’educazione musicale, la promozione dell’uguaglianza di genere e il sostegno ai giovani svantaggiati. Sono circa 300 gli studenti sostenuti, di cui il 35 per cento sono ragazze e il 60 per cento proviene da famiglie economicamente vulnerabili. La maggior parte di loro è fuggita dall’Afghanistan.

Gli altri regimi 

La storia insegna che quello che sta accadendo in Afghanistan non è una novità. I regimi hanno sempre operato un duro controllo di tutte le attività artistiche. Hitler aveva creato un “ministero” ad hoc, eliminando non solo i musicisti di origine ebrea ma tutti quei repertori considerati degeneri. La dodecafonica e la musica jazz erano banditi mentre grande spazio trovava il repertorio tedesco. In Italia con le Leggi razziali si sanciva il divieto all’«esercizio di qualsiasi attività nel campo dello spettacolo a italiani ed a stranieri o ad apolidi appartenenti alla razza ebraica». 

Nella Russia di Stalin, l’arte e anche la musica dovevano contribuire alla formazione e diffusione dell’ideologia marxista – leninista. Controllare “la bellezza” significa evitare che la persona possa prendere coscienza di sé. La storia della pianista russa Maria Judina (1899 – 1970) in epoca stalinista è emblematica. Donna di grande fede, dotata di un temperamento fortissimo e di raro talento musicale, non nascose mai le proprie convinzioni né la propria indipendenza intellettuale.

L’episodio più noto che la lega a Stalin risale agli anni Quaranta: il dittatore, ascoltando alla radio un’esecuzione del Concerto per pianoforte n. 23 di Wolfgang Amadeus Mozart interpretato dalla pianista, ne rimase colpito e chiese immediatamente una registrazione. Poiché il concerto era stato trasmesso in diretta e non esisteva alcun disco, le autorità organizzarono durante la notte una nuova incisione con orchestra e tecnici richiamati d’urgenza, pur di soddisfare la richiesta del leader.

Quando Stalin fece pervenire alla pianista una somma considerevole come ricompensa, Judina gli rispose con una lettera sorprendente: lo ringraziò ma disse che avrebbe donato il denaro alla chiesa e aggiunse che avrebbe pregato per la salvezza della sua anima. Si racconta che alla morte del dittatore russo sia stato trovato sul suo comodino il disco di Judina. Alcuni dicono che lui ripetesse di non ascoltare mai l’Appassionata di Beethoven perché altrimenti questo gli avrebbe impedito di portare a termine il suo progetto sanguinario. In Russia come oggi in Afghanistan, l’unico modo per arrestare la bellezza è distruggerla. Distruggendo sé stessi.

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