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Il locale di Nathalie Cornec si nasconde dietro a una saracinesca tra le salite del quartiere Belsunce. Potrebbe essere un negozio qualunque ma una volta dentro allo spazio di 56 metri quadri bisogna fare lo slalom tra botti in fibra, bottiglie in affinamento, un torchio a cricco e il bancone con i prodotti in vendita.

Pour du vin Nath(h) è una delle prime cantine urbane di Marsiglia, nata nel 2016 dopo un progressivo avvicinamento di Cornec al mondo del vino naturale. Anni passati a lavorare in ufficio in un’azienda di sanità pubblica e poi la scelta di cambiare vita senza però rinunciare alla città. È nato così un progetto che poteva sembrare pazzo e che oggi non solo resiste, ma è diventato un modello per altre cantine sorte in città.

Dall’Ardèche a Marsiglia

L’intuizione per Nathalie Cornec, 56 anni, è arrivata dopo un viaggio in Ardèche. «Ho visitato una cantina minuscola di due produttori e mi sono resa conto che se loro potevano vinificare lì dentro io avrei potuto farlo a Marsiglia» spiega. In quel periodo girava per la Francia per imparare il più possibile sul mondo dei vini naturali, studiava per prendere un diploma in enologia (è laureata in antropologia) e aveva pure organizzato un piccolo festival urbano di vini naturali con l’iconico bar à vin La Passerelle.

Dopo la tappa in Ardèche ha deciso che era arrivato il momento di fare il suo vino. Ha preso il piccolo spazio a Belsunce, si è accordata con alcuni dei vignaioli naturali conosciuti nei suoi viaggi per comprare le loro uve e ha allestito la cantina con tutto il materiale necessario. È nata così nel 2016 Pour du vin Nath(h), che oggi produce 8-10mila bottiglie all’anno a partire da varietà come Syrah, Merlot, Grenache Noir e Blanc e Vermentino.

«Sembrava una sfida folle, la gente si chiedeva come avrei fatto in termini logistici a portare le uve qui e soprattutto a organizzare le spedizioni in giro per la Francia», continua Cornec. «Per le uve non c’è problema perché ho il garage qui di fianco ed è semplice scaricarle. Per quanto riguarda le spedizioni e il via vai di furgoni e camion ho deciso di rinunciare a farle. Tutto il modello di business si basa sulla vendita a privati, come fossi un’enoteca. È l’unico modo per riuscire a fare vino in città».

Vigneti urbani

Quando Nathalie Cornec ha aperto la sua attività c’era solo una cantina a Marsiglia, Microcosmos, nel quartiere Panier. Poi ne sono nate altre e si è creato una sorta di movimento urbano dei vini naturali.

A poche centinaia di metri da Pour du vin Nath(h) sorge Casa Consolat, uno spazio collettivo nato dall’associazione Aglio Olio e Peperoncino dove si servono piatti cucinati con prodotti biologici, si tengono eventi e si produce vino seguendo i principi dell’economia circolare e solidale. La cantina, un piccolo garage dai muri in pietra di una manciata di metri quadri, è proprio di fronte allo spazio collettivo.

A gestirla sono Emanuele Schiavoni, cinquantenne marchigiano che è anche direttore di Casa Consolat, e Matteo Coltellese, 34enne romano. «È nato tutto dopo che ho conosciuto Nathalie Cornec. Abbiamo deciso di comprare le uve insieme e di fare due linee di vino, un bianco e un rosso, da servire ai nostri tavoli», spiega Schiavoni, che da ormai 23 anni vive a Marsiglia.

Oggi è rimasto solo il bianco perché intanto si sono messi in proprio recuperando un ettaro di vigneti nel Luberon. «Cerchiamo di fare parecchie etichette per divertirci un po’ e far divertire anche le persone», sottolinea Coltellese, che rivela il progetto imminente di piantare vigne in città. «Saremmo i primi ma abbiamo visto le mappe satellitari del secolo scorso e scoperto che su una delle colline del tredicesimo arrondissement fino al 1992 c’erano vigneti. Significa che si può fare e ci stiamo adoperando per impiantare varietà autoctone a bacca bianca».

Fare rete

Un’altra realtà marsigliese attiva da ormai sei anni, entrata nella rete di Nathalie Cornec e Casa Consolat, è Cuve (Comité Urbain de Vinification Expérimental). La cantina è in uno spazio seminterrato di un ex convento di suore nel quartiere Belle de Mai, le uve sono donate da alcune aziende del Luberon e dei Pirenei in cambio del lavoro in vigna durante la vendemmia e i vini prodotti girano tra alcuni spazi sociali militanti di Marsiglia.

Un progetto totalmente diverso è invece L’Abri, nel quartiere Saint-Victor, un ristorante di cucina locale dove si privilegiano verdure di stagione e pesce appena pescato. In carta ci sono solo vini provenienti da realtà biodinamiche e naturali, compresi quelli che producono loro. Dalla sala, infatti, una porta conduce a quella che un tempo era una carrozzeria e dove ora si trovano anfore, serbatoi in inox, macchinari vari e lunghe distese di bottiglie.

Frank Pasquier, titolare de L’Abri, coltiva dieci ettari di vigne nelle colline provenzali delle Alpilles. Tra le varietà ci sono Cinsault, Syrah, Grenache, Mourvèdre, Vermentino, Rolle e Clairette, con cui si producono rossi, bianchi, rosè e pétillant naturels. «Lì dove ci sono le vigne non si trovava uno spazio per vinificare e allora Franck nel 2017 ha deciso di farlo a Marsiglia», racconta Xuân, che gestisce il ristorante, nato solo in un secondo momento nel 2021. «Dalla fine di agosto, con la vendemmia, c’è un bel movimento. Arrivano i camion con le uve ma il ristorante non si ferma. A volte capita di passare con le casse in mezzo ai clienti, fa parte del gioco».

Durante l’anno in città vengono organizzati eventi e degustazioni con alcune delle altre realtà che producono vino nelle cantine urbane. Al momento sono sei in totale a Marsiglia, che si sommano a decine di locali dove la selezione è focalizzata sul vino naturale. Navigando su Raisin, l’app che segnala dove bere vino naturale, si contano ben 78 posti. «Marsiglia è come un piccolo villaggio da questo punto di vista», conclude Xuân. «Ci conosciamo tutti e sappiamo come fare rete».

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