Da settant’anni viveva nel Canton Vaud e si faceva chiamare Claude. Sotto questo nome, Claude Cantini, sono conservati, presso gli archivi cantonali vodesi, 50 metri lineari di documenti, tra cui articoli, monografie e saggi, molti dei quali inediti, su fascismo, movimento operaio e sindacale, immigrazione e storia sociale. Un lavoro monumentale che gli ambienti accademici elvetici hanno scelto per decenni di ignorare. Perché Claudio Cantini, nato a Livorno nel 1929, non era un universitario e di mestiere faceva l’infermiere psichiatrico. Ma soprattutto perché le sue ricerche hanno squarciato il cielo di carta della storia ufficiale elvetica.

L’arrivo in Svizzera 

La sua città portuale l’aveva lasciata per obiezione di coscienza alla leva militare, subito dopo la fine della guerra. Partito col servizio civile internazionale a Siderno Marina, in Calabria, nel 1954 era entrato clandestinamente in Svizzera. Dopo la formazione da infermiere specializzato, aveva preso servizio all’Hôpital de Cery, oggi Dipartimento di psichiatria dello CHUV, l’ospedale universitario di Losanna, ed è lì che a metà degli anni Settanta erano imprevedibilmente emerse le tracce del dottorato honoris causa conferito a Benito Mussolini dall’ateneo vodese nel 1937.

Nell’ultima intervista rilasciata a maggio 2025 per le pagine online della Radio televisione svizzera, Claudio Cantini aveva ricordato come fosse venuto a sapere di quella vicenda. Fu grazie a un paziente che non perdeva occasione per urlargli «Mussolini!» ogni volta che lo incontrava nei corridoi dell’ospedale. Cantini, figlio di un antifascista che aveva perso il lavoro ai cantieri Ansaldo di Livorno per non aver voluto tesserarsi al partito, ci aveva scherzato sulle prime, ma poi aveva voluto sapere le ragioni di quell’accanimento. Quel paziente allora gli aveva rivelato l’esistenza del diploma, ormai sepolto negli archivi dell’Università.

Nel 1957, insieme a Pietro Ferrua e Carlo Frigerio, Cantini aveva ridato vita alla rivista Le réveil anarchiste e incominciato un’intensa attività di ricerca d’archivio che nel 1968 aveva portato alla pubblicazione de La grève générale de 1918 dans son contexte économique et politique, saggio sullo sciopero generale del 1918. Nel 1972 era poi uscito Répression et psychiatrie ou un siècle de travail à l'hôpital de Cery, una denuncia sulle condizioni del personale e dei pazienti all’ospedale di Céry.

La ricerca 

Messo sulle tracce del dhc al duce del fascismo, Cantini si mette a studiare per ricostruire la genesi di quella benemerenza accademica, aprendo, imprevedibilmente, il vaso di Pandora sulla storia del fascismo elvetico. Una storia assai scomoda, di cui all’epoca si sapeva poco o nulla, una storia che mette molto a disagio le istituzioni, oggi come allora. Del resto, la sua richiesta presso l’ateneo losannese per ottenere l’accesso ai documenti non aveva avuto esito fortunato. Nel 1976 il rettore, Dominique Rivier, gli sbarra le porte degli archivi universitari: non sospettava la tenacia del “rivoltoso” Cantini («a Livorno siamo tutti un po’ rivoltosi» ha detto nel corso di quell’ultima intervista). Già quell’anno esce il lungo saggio Le fascisme italien à Lausanne: 1920-1943, (Lausanne Cedips 1976).

«Agli Archivi Cantonali Claudio Cantini è stato di casa per decenni – ricorda Gilbert Coutaz, storico e direttore degli Archivi Cantonali Vodesi dal 1995 al 2019 –. Da ricercatore indipendente ha scoperto e studiato documenti e fonti, indagando un periodo della storia svizzera che la storiografia ufficiale aveva deciso di ignorare». Perché la Svizzera non è un paese così diverso dagli altri.

Gli irresponsabili 

Per Charles Heimberg, storico e professore all’Università di Ginevra, il periodo dissodato pionieristicamente dal lavoro solitario di Cantini è quello degli «irresponsabili»: nell’elogio funebre che ha tenuto in onore dell’infermiere livornese il 29 dicembre scorso, Heimberg gli ha infatti riconosciuto il ruolo di precursore nel designare quelle figure della borghesia elvetica che si resero complici del fascismo venuto dall’Italia, accogliendolo, sostenendolo e favorendone la diffusione nelle maglie delle istituzioni svizzere. All’illusione di una Confederazione innocente perché neutrale durante la Seconda Guerra mondiale, Claudio Cantini è stato il primo a dare una picconata. Come si sta capendo adesso, il suo metodo ha fatto scuola.

Di questi tempi l’aggettivo «irresponsabili» non è banale: Charles Heimberg l’ha messo al cuore del suo elogio funebre di Cantini, citando uno dei massimi storici contemporanei, Johann Chapoutot che, nel suo recentissimo Gli irresponsabili. Chi ha portato Hitler al potere? (Einaudi, 2025), ha indicato nelle élites opportuniste i più nefandi affossatori della civiltà e dello stato di diritto. Un aggettivo, come il filo rosso seguito da chi cerca la verità storica.

© Riproduzione riservata