Sabato 28 febbraio alle 19.00 a TESTO (Firenze, Stazione Leopolda, Sala Ortese) Ermanno Cavazzoni presenterà il suo Storia di un’amicizia (Quodlibet), dedicato all’amicizia tra l’autore e lo scrittore Gianni Celati. Cavazzoni dialogherà con Dino Baldi e Ugo Cornia.
TESTO [Come si diventa un libro] è organizzato da Pitti Immagine in collaborazione con Stazione Leopolda e ideato da Todo Modo.


Per nostra fortuna un bel giorno Ermanno Cavazzoni deve aver sentito il bisogno di raccogliere in un libro tutti i suoi ricordi di Gianni Celati, che con i suoi scritti e la sua «pulita esistenza» ha reso più bella la vita a tanti di noi. Non si tratta né di «una biografia né di una bibliografia ragionata; è quel che mi resta di bello, col suo mesto finale, di un’amicizia». Storia di un’amicizia, Quodlibet. Proposto al Premio Strega da Massimo Raffaeli.

Di cosa è fatta un’amicizia

Un’amicizia è fatta di tantissime cose, incontri, piccole avventure, grandi fantasie, progetti di grandi imprese non sempre fallimentari. L’amicizia di cui si parla in questo libro nasce nel 1985 a Reggio Emilia. Come si conosce? A un convegno di fotografi e scrittori dove si parla della via Emilia e della sua pianura. Il convegno si tiene nella casa di Ariosto; i due, dopo esser quasi venuti alle mani, scoprono di condividere la stessa smisurata passione per l’Orlando furioso e passano mezza giornata a raccontarsi una vicenda gli episodi preferiti.

Infatti in una amicizia, come in un amore, ci devono essere spesso delle belle chiacchiere, e una parte di queste belle chiacchiere poi è anche bello farle a tavola, all’osteria. Per questo scopo, fare nuove chiacchiere su Ariosto o su altri appassionanti argomenti mentre si mangiavano tagliatelle al ragù, esisteva la trattoria Angeli di via San Petronio Vecchio.

Il signor Angeli «elencava automaticamente il menù come una litania tutta ben modulata, che era una delizia ascoltare, faceva venire appetito, anche se poi prendevamo le tagliatelle al ragù, che erano una garanzia» e poi si mettevano a discutere di Wittgenstein e Spinoza, prediletti da Celati, o di Platone, amato da Cavazzoni.

Ma visto che tutte le belle cose sono destinate a finire, una sera entrano all’osteria e non c’è più il signor Angeli, e a guardar bene non c’è più neanche la sua osteria, tutto è diventato più sofisticato, c’è una luce artificiale più disturbante, sono diventati più sofisticati e irriconoscibili anche i piatti, è anche diventato troppo difficile capire se sono buoni.

Non ci torneranno mai più e si trasferiranno alla Spiga, una trattoria poco frequentata di via Broccaindosso.«In quest’epoca si è introdotto l’uso di un bicchierino di vodka subito prima di incominciare a cenare, come si legge nei romanzi russi, perché la vodka è il carburante per i discorsi più intensi».

Erano scene che facevano bene e dopo, per qualche giorno, nessuno aveva più voglia di spararsi. Grazie a due bicchierini di vodka ciascuno tornava a casa piena di rivelazioni e contento di aver finalmente capito perché era venuto al mondo. Però «il giorno dopo quelle rivelazioni erano appannate, non le si ricordava più bene, e quel che restava non sembrava un granché, al limite della stupidaggine».

Nei primi tempi che si erano conosciuti Celati voleva far vedere per forza a Cavazzoni le zone acquitrinose del delta del Po, cioè le zone dove era nata sua madre: «Erano zone senza un turista perché considerato non belle e non balneabili, anzi sembravano zone dimenticate da Dio, che ho scoperto grazie a Celati e che ancora ogni tanto vado a vedere per immalinconirmi un po’, e sentirmi un essere disperso su questo pianeta, che aspetta l’astronave che lo porterà via».

Il progetto della Traversata

Tra i progetti più grandiosi nei quali Celati coinvolge Cavazzoni, nel 1992, c’è quello di partire insieme a piedi per l’Asia, ricalcando i passi di Marco Polo. Per quanto riguarda i soldi l’idea è di chiedere a Feltrinelli un anticipo sui diritti del libro, che si chiamerà Traversata dell’Asia.

«Sarà un viaggio visionario, dice. Si sarebbe portato dietro dei taccuini, in modo che l’avventura non si sarebbe perduta; io consigliavo un piccolo zainetto e nient’altro, un minimo bagaglio, se occorreranno dei vestiti pesanti li compreremo lungo la strada e poi li rivendiamo; come due che si dicono: Facciamo due passi di là, verso est … e di due passi in due passi arrivano a Pechino».

Cavazzoni propone però di seguire l’itinerario di Guglielmo di Robruk, un missionario che era andato a trovare il Gran Khan nel 1253, in anticipo su Marco Polo. Poi finisce l’estate, arriva il cattivo tempo, posticipano e alla fine non sono più partiti. «A me è rimasto qui, come una cosa non fatta, ogni tanto ci penso». Ci sarebbero state tante cose da vedere e mezzo mondo da attraversare. Anche se forse, aggirandosi coi loro taccuini per qualche paese turbolento, avrebbero rischiato l’arresto e quindi alla fine non partire era stato meglio.

Cos’è il mondo? «Il mondo, secondo Celati, era pieno di suggestioni che era un peccato lasciarle svanire. Il mondo ne offre continuamente». Si forma qualcosina lì, emerge qualcosina là. Attimi, bagliori, piccole esplosioni, atomi di cose e altro. «Ce le raccontavamo e Celati si sentiva subito in dovere di scriverle, o scriverle assieme, o distribuircele come compiti da fare a casa».

Ma perché bisogna avere questa premura, tutti questi affetti? «Diceva che il mondo precipita continuamente nell’inesistenza, cioè c’è l’adesso, come un lampo di luce, e tutto il resto è già perduto, non solo i fatti osservati di quella che si chiamerebbe realtà, ma anche tutti quelli sentiti dire, immaginati, fantasticati, che pure quelli sono realtà, come anche i sogni. Il rimedio è scriverli.

E gli prendeva la smania di correre a scriverli, o di scriverli lì seduta stante, anche in collaborazione. Con la tua scrittura minuscola, mi diceva, da zanzara alfabetizzata. Perché noi eravamo semplicemente i conservatori del mondo, che lo salvavamo dal precipizio; anche le cose normali a cui nessuno bada, perché anche quelle vanno perdute. È vero dicevo io, però secondo me ci sono le cose che vale la pena. Secondo lui tutto valeva la pena».

La rivista

Marzo ‘87, mattina, Cavazzoni è in casa sua quando un bel momento suona il campanello. È Celati che si è appena licenziato dall’università. Era stato invitato a insegnare in America ma il preside non voleva concedergli l’anno sabbatico. Celati si arrabbia e dà le dimissioni urlando «Basta! Mi dimetto da subito. Seduta stante. Il preside ha risposto: Va bene». Cavazzoni gli chiede: «E adesso cosa fai? E lui ha pronunciato questa memorabile frase: Voglio guadagnarmi il pane onestamente».

Cavazzoni è un po’ più preoccupato e realistico. Dopo qualche tempo per fortuna Celati viene chiamato a insegnare in Normandia e ha per la prima volta l’occasione di fare lezione nei prati, in mezzo alle mucche che pascolano. «In particolare una mucca pezzata si avvicinava ogni mattina e stava fissa a guardarlo parlare, ruminando fra sé; e lui la citava come esempio agli studenti di propensione ad apprendere, tanto che per l’assiduità era venuta a far parte ormai della classe».

Alla metà degli anni Novanta tra Cavazzoni Celati e altri amici nasce l’idea di fare una rivista. Le riunioni preparatorie si tengono a Modena, al Collegio San Carlo diretto allora da Michelina Borsari, che con la sua cura premurosa rende la cosa effettiva e le dà la giusta continuità. Durante le riunioni qualcuno decideva di leggere un suo pezzo ma gettava «ogni tanto un’occhiata a Celati che, anche se era seduto sereno e amichevole come gli altri attorno al largo tavolo, tutti sotto lo temevano, sia per l’autorevolezza, sia perché poteva farsi prendere dal nervosismo durante la lettura, dare qualche segno di irrequietezza anche solo girando la testa come uno che non sa dove guardare, o tenendola bassa».

Spesso alla fine della lettura Celati esplodeva e criticava. «Non riuscivano a essere mellifluo, a dire bene ea pensare il contrario, come quelli che mentono per incoraggiare, come un politico per prendere voti».

Nonostante questo negli anni, intorno a questo progetto di rivista, si formerà un gruppo di amici, anche numeroso, che continuerà a vedersi ea cercare di fare qualcosa di bello. La rivista si chiamerà il Semplice, come i princìpi contenuti nelle erbe medicamentose del medioevo, presenti negli orti dei monasteri, e verrà pubblicata per due anni.

Alle riunioni qualcuno decideva di leggere un suo pezzo ma gettava «ogni tanto un’occhiata a Celati che, anche se era seduto sereno e amichevole come gli altri attorno al largo tavolo, tutti sotto sotto lo temevano, sia per l’autorevolezza, sia perché poteva farsi prendere dal nervosismo durante la lettura, dare qualche segno di irrequietezza anche solo girando la testa come uno che non sa dove guardare, o tenendola bassa».

Spesso alla fine della lettura Celati esplodeva e criticava. «Non riusciva a essere mellifluo, a dire bene e a pensare il contrario, come quelli che mentono per incoraggiare, come un politico per prendere voti». Nonostante questo negli anni, intorno a questo progetto di rivista, si formerà un gruppo di amici, anche numeroso, che continuerà a vedersi e a cercare di fare qualcosa di bello. La rivista si chiamerà il Semplice, come i princìpi contenuti nelle erbe medicamentose del medioevo, presenti negli orti dei monasteri, e verrà pubblicata per due anni.

E così tra immaginazioni di grandi imprese e fughe di qua e di là, tanti anni sono passati e anche tante vite sono passate, ma sono passate in un modo più bello. «C’è stato un ridere di gusto quando c’era da ridere, e anche un certo stupore che si poteva non essere rompicoglioni».


Storia di un’amicizia (Quodlibet 2026) è un libro di Ermanno Cavazzoni

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