Fino all’inizio del Novecento non esisteva nemmeno il termine per definire questa figura. Che è nata dal fuoco della lotta e che vive la condizione paradossale di chi sta sempre sulla soglia
L’intellettuale: soggetto inafferrabile. Fino all’inizio del Novecento, come sostantivo, nemmeno esisteva il termine. Il neologismo si diffuse infatti in Italia dalla Francia (dove pure era entrato in uso di recente) negli anni della battaglia scatenata sulla stampa da Émile Zola in difesa di Alfred Dreyfus, capitano dello Stato maggiore francese accusato ingiustamente di aver venduto i segreti del paese alla Germania solo perché ebreo. L’intellettuale – la parola e la cosa – è nato insomma nel fuoco della lotta. Prestissimo si è preso a lamentarne la scomparsa o – come scrisse Julien Benda nel 1927 – “il tradimento”: cosa che succede ogni volta che le passioni partigiane hanno la meglio sull’imperativo superiore a servire anzitutto la verità.
Perché la fondamentale contraddizione dell’intellettuale è che, per ragioni ovvie, si manifesta soltanto nello scontro, ma nel momento in cui aderisce completamente alla logica della disputa (al servizio della Ragion di Stato o della Ragione di Partito) perde il suo statuto speciale e diventa un politico come tutti gli altri, al massimo un politico che ha letto qualche libro in più.
Quando la pubblicistica odierna lamenta il declino degli intellettuali, denuncia in genere un fenomeno assai diverso da quello deprecato da Benda. Ciò che la turba è il sostanziale disinteresse della politica per le opinioni di categorie professionali un tempo assai apprezzate nelle stanze dei decisori. Non è detto che le cose stiano davvero così; è più probabile, infatti, che siano soltanto cambiati gli interlocutori dei potenti, con la sostituzione degli storici e degli scrittori da parte degli economisti e dei comunicatori (e con i giuristi perennemente al loro posto, in quanto tecnici del diritto indispensabili a scrivere le leggi e a interpretarle).
Una figura sfuggente
Le geremiadi contemporanee non colgono però soprattutto la specificità della dinamica innescata dalla lotta per Dreyfus e rimasta in eredità al secolo XX. Nelle corti e nei ministeri, segretari del principe di ogni foggia e inclinazione non sono mai mancati (né mancheranno mai), con i loro saperi indispensabili al governo degli uomini e degli Stati. Il J’accuse di Zola ha fatto emergere invece una figura diversa, da tempo in incubazione sui giornali e per statuto stesso anfibia. L’intellettuale è infatti uno uomo di scienza o di lettere che abbandona momentaneamente i territori a lui più familiari per far valere nella sfera pubblica le sue conoscenze e il suo prestigio in nome di qualche alta idealità. Un grillo parlante. Forse il più prezioso dei saccaromiceti che permettono all’opinione pubblica di lievitare a beneficio delle democrazie.
L’intellettuale è una figura sfuggente proprio per questo. Irrompe dalla sua torre d’avorio nella mischia e, così facendo, prende posizione e polarizza il campo, che in un istante si popola per lui di amici e di nemici. Al tempo stesso, tuttavia, deve evitare di farsi imprigionare dalle linee di ostilità e di solidarietà, dato che la sua forza morale deriva in gran parte dalla sua non completa appartenenza al mondo nel quale ha deciso di far sentire la propria voce. Alla lunga, il consenso può essergli altrettanto fatale degli attacchi degli avversari. Mentre infatti lo studioso e il letterato puro si tengono a distanza dalla mischia, e i funzionari e i militanti puntano tutte le loro fiches su una delle parti in lotta, i legami che l’intellettuale, disorganico per natura, stringe nell’arena pubblica devono essere solidissimi (per la natura senza esclusioni di colpi dello scontro) ma anche istantaneamente revocabili.
Il rapporto degli intellettuali con la politica fa pensare alla storia di Dedalo e Icaro in fuga dal labirinto. Se ci si accosta troppo al sole, le penne si staccano per il calore e si precipita nell’acqua. Se si vola troppo bassi, succede lo stesso a causa della temperatura del mare. Tocca seguire allora una via media, insidiosissima proprio perché, mentre da un lato è così facile ricadere nello specialismo dei professori e nell’estetismo degli scrittori, all’estremo opposto il passo da intellettuali a funzionari e da funzionari a cortigiani è sempre più breve di quanto non si creda. È la condanna della falena.
Essere o fare
Non è un caso che nell’Italia del XX secolo la stagione più vivace sia stata inaugurata dalla rottura della fedeltà al Pci degli intellettuali comunisti dopo i fatti di Ungheria del 1956 e dall’entrata del Psi nell’area di governo. Tra i marxisti ci fu chi allora scelse di rimanere dentro, ma, paradossalmente, schierandosi sempre più spesso contro il proprio stesso partito (Pier Paolo Pasolini), e chi preferì invece collocarsi fuori ma rimanendo vicinissimo, nel ruolo del suggeritore (Italo Calvino), o ancora chi si mise alla ricerca di nuovi soggetti politici più accoglienti verso gli spiriti inquieti (Sebastiano Timpanaro), spesso guardando con particolare favore ai movimenti giovanili (Franco Fortini). E ciò avvenne tanto a vantaggio degli uni (gli intellettuali) quanto degli altri (i politici).
La scomparsa dei partiti di massa ha scombussolato le regole del gioco: oggi non c’è più nessuna via media da cercare. Questo però ha fatto emergere persino con più chiarezza la condizione paradossale dell’intellettuale, il suo rimanere, per così dire, sempre sulla soglia. Qui ci aiuta la lingua italiana.
Prendiamo due frasi semplici e apparentemente simili come “Valerio è un poeta” e “Matteo fa il poeta” ma che in realtà, messe a confronto, contengono un preciso giudizio sull’uno e sull’altro. Per Valerio la verità della poesia come esperienza totalizzante, capace di occupare una vita intera. Per Matteo la teatralità di chi si mette in posa o trasforma un modo di sentire in una (pseudo)professione. La stessa distinzione non vale invece nel nostro caso.
Gli intellettuali non sono – mai. Gli intellettuali fanno – una grande quantità di cose diverse. E, quando smettono di farle, tornano a essere ciò che erano prima: dei professori, dei filosofi, dei cineasti, degli storici, dei narratori – persino dei poeti. Perché “intellettuale” non designa né una professione né un modo di stare al mondo, ma una curiosa identità a corrente alternata, che in alcuni individui si accende e si spegne come una lampadina (mentre altri, che per il resto condividono con loro stato civile e condizione lavorativa, quella stessa lampadina non la elettrificano mai). In altre parole: intellettuale è chi da intellettuale fa.
Artigianato
Come in casi simili, si può apprendere a “fare da intellettuali” o a farlo meglio (non a “fare gli intellettuali”: che è tutt’al più un soggetto da commedia all’italiana). Oggi se ne sente un gran bisogno. Servono fantasia e gusto del bricolage, perché, quando si entra nel dibattito pubblico, tutto quello che si è imparato fino a quel momento è solo un esercizio propedeutico. Né il sapere né il talento garantiscono infatti che la luce si illuminerà a dovere. Qui si naviga a vista, a rischio continuo di naufragio. Eppure, a chi prende per il mare aperto si dischiudono anche possibilità impreviste.
Nel “fare da intellettuale” c’è una buona dose di artigianato. Il modo migliore di apprendere è andare dunque a bottega da qualcuno che già si è confrontato con le medesime sfide e con gli stessi ostacoli. Per questo, la seconda edizione della Festa della Resistenza della Fondazione Feltrinelli parte quest’anno da sette verbi che descrivono – parzialmente e approssimativamente – le azioni con cui si irrompe sulla scena pubblica. Con una compagnia di ospiti dalle competenze e dai percorsi diversissimi cercheremo insomma di imparare tutti assieme – un poco come in un sillabario di base – che cosa vuol dire Immaginare, Raccontare, Contaminare, Fondare, Denunciare, Educare, Analizzare. La sfida comincia qui: soprattutto per i più giovani. Nel segno, ancora una volta, di Zola.
Dal 17 al 19 aprile, alla Fondazione Feltrinelli di Milano si terrà la seconda edizione della Festa della Resistenza, ideata e curata da Gabriele Pedullà. Sono previsti tre giorni di dibattiti, musica, presentazioni di libri, podcast, visite in archivio e passeggiate storiche attorno al tema degli intellettuali e delle azioni che cambiano il mondo, con la partecipazione di Enrica Asquer, Emanuela Bandini, Carlo Boccadoro, Mimmo Cangiano, Eliana Di Caro, Paolo Di Paolo, Simona Forti, Cathy La Torre, Tomaso Montanari, Alessandro Mulieri, Carmen Pellegrino, Ira Rubini, Cinzia Spanò, Mariamargherita Scotti, Marta Stella, Nicola Villa e tanti altri.
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